Sul Kosovo, sulla necessità di informarsi e sul destino del giornalismo di inchiesta: un'intervista a Giuseppe Ciulla

Sul Kosovo, sulla necessità di informarsi e sul destino del giornalismo di inchiesta: un'intervista a Giuseppe CiullaGiuseppe Ciulla, giornalista free lance, collaboratore di diverse testate cartacee e della Rai, con Lupi nella nebbia (Jaca Book), insieme al collega Vittorio Romano, ha affrontato faccia a faccia le contraddizioni e i terrificanti paradossi della presenza militare e giuridica internazionale in Kosovo, rendendone un ritratto estremamente vivido e desolante. Lo abbiamo intervistato per voi...

Dal vostro lavoro emerge un ritratto veramente inquietante del presente kosovaro, un presente dominato dal potere mafioso e criminale, un presente che non sembra poter offrire speranze. Quali sono secondo voi le prospettive per il futuro dei Balcani?

Da cronista non sta a me definire le prospettive per il futuro dei Balcani. Posso dire solo che se è stato avviato il percorso per l'ingresso del Kosovo nell'Unione Europea, forse l'Europa dovrebbe almeno verificare che esistano delle precondizioni per questo ingresso: uno stato di diritto che funzioni, una giustizia che sappia punire i criminali, una classe dirigente con meno ombre possibili. Condizioni che a parer mio in Kosovo non ci sono affatto.



Uno dei capitoli iniziali del vostro libro si intitola "Abbiamo bombardato quelli sbagliati". Per il lettore italiano,che ormai da anni pensa alla Serbia come allo stato canaglia, al Lupo dei Balcani, e al Kosovo come la vittima sacrificale, la Pecora, continuando la metafora, questa frase - letta all'inizio del libro e senza conoscere alcune delle storie che in seguito raccontate - ha la forza e insieme l'inaccettabilità di uno schiaffo in faccia. Qual è motivo di questo istintivo manicheismo che ci spinge a demonizzare la Serbia e a parteggiare con la causa kosovara?

Quella frase ce la disse un investigatore che aveva lavorato per anni in Kosovo per conto delle Nazioni Unite. Significa che forse dovremmo riflettere sulle persone alle quali, attraverso i bombardamentio NATO, abbiamo consegnato il Kosovo. Sono tutti o quasi tutti ex comandanti UCK, l'esercito di "liberazione" kosovaro, la formazione che prima della guerra era nella black list degli Stati Uniti, poi invece è stata riabilitata. Lupi nella nebbia non nega che le truppe di Milosevic abbiano compiuto atti di pulizia etnica, né che negli anni che precedettero la guerra fosse in atto una vera e propria segregazione a danno dei kosovari di origine albanese (abbiamo dedicato un capitolo alla piu' grande strage di civili kosovari da parte dell'esercito serbo). Il nostro libro fa pero' luce su una verita' che in pochi hanno raccontato: abbiamo consegnato il Kosovo a mafiosi, trafficanti, personaggi che hanno torturato e ucciso civili serbi e presunti collaborazionisti, questa è la classe dirigente che governa in questo momento il Kosovo.

Dalla vostra ricostruzione emerge un profilo agghiacciante del comportamento delle forze internazionali in kosovo, al meglio buttate nella mischia senza alcuna possibilità di agire, ma al peggio colluse con il potere criminale che governa il paese. Come pensate che dovremmo reagire, noi cittadini europei, alla palese schizofrenia che caratterizza i comportamento delle nostre istituzioni?

Non ho consigli da dare se non quello di tenersi aggiornati su cio' che ci riguarda. E io penso che la guerra del 1999 ci riguardi molto. Perché dalle basi italiane sono decollati la maggior parte dei caccia che hanno bombardato la Serbia, perché sia le Nazioni Unite, sia l'Europa hanno dato al Kosovo miliardi di euro, sia perché non possiamo rimanere impassibili di fronte a un paese che dista poco piu' di un'ora di volo da Roma, dal quale transitano droga, armi e organi.

Alcuni comportamenti degli uomini politici kosovari implicati prima in episodi agghiaccianti di crimini di guerra, poi impegnati nella rinascita politica del loro paese, dalla presunzione di impunibilità al palese e mai celato non rispetto della legalità, potrebebro ricordare alcuni comportamenti dei politici delle nostre parti. Ad un tale sprezzo verso le regole e la giustizia da parte delle elites politiche, come dovremmo reagire?

Anche in questo caso non mi sento di dover dare dei consigli. Il diritto a essere informati è però un diritto che va esercitato, alimentato. La gente deve sapere, perché dalla conocenza dei fatti discendono la maggior parte delle scelte che ciascun cittadino pone in essere. Ecco, informarsi per essere coscienti delle proprie scelte, questo credo sia importante.

Negli ultimi anni sembra che si sta allargando il bacino di lettori del giornalismo di inchiesta, e, nel panorama italiano ma non solo, stanno avendo sempre più successo e seguito libri di autori come voi, o come Fabrizio Gatti, o Gabriele Del Grande, Siete d'accordo, e se sì, ci sono dei motivi particolri secondo voi?

Il nostro libro non dimostra che il giornalismo d'inchiesta è vivo. Semmai dimostra il contrario, perché nessuna testata gioralistica si sarebbe mai permessa di inviare due giornalisti per un mese in Kosovo a realizzare un'inchiesta come quella che abbiamo fatto io e Vittorio Romano. Esistono, per fortuna, giornalisti d'inchiesta, che hanno voglia di non accontentarsi delle verita' ufficiali e che vanno a verificare, correndo spesso rischi senza alcuna copertura di testata, cio' che realmente succede in determinati posti.

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