Secondo L'Osservatore Romano José Saramago era solo un populista estremistico

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Alquanto semplicistica mi sembra la tesi di Claudio Toscani che dalle colonne de L'Osservatore Romano parla della morte di José Saramago. Nell'articolo si sostiene che Saramago non sarebbe stato uno scrittore interessante dal momento che il Premio Nobel si affidava a uno sconfortante semplicismo teologico.

Quel che lascia sconcertati è il continuo voler ridicolizzare uno scrittore: in quest'articolo, infatti, non è stata fatta una di quelle critiche interessanti che spesso si leggono (o si leggevano?) sulle pagine del quotidiano della Santa Sede, ma ci si è affidati quasi ad un mettere alla berlina Saramago. Fin dal titolo – L'onnipotenza (presunta) del narratore – si capisce dove si andrà a parare: la vita di Saramago viene presentata come non particolarmente complessa né movimentata, nella quale aveva svolto vari lavori, tra cui l'editoria; la non più giovane età della pubblicazione del primo vero romano – “Cinquantacinque anni compiva Saramago al suo vero primo romanzo Manuale di pittura e di calligrafia (1977)” –; i pochi cespiti conduttori attorno ai quali ruota l'opera di Saramago; la sterilità logica e teologica dei suoi assunti narrativi e così via.

Forse tutta la chiave di questo articolo è da trovare nell'aggettivo con il quale viene definito l'ultimo romanzo di Saramago – Caino: Toscani, infatti, lo dichiara inaccettabile. Non si accetta che uno scrittore possa addirittura vincere il Premio Nobel (provocatorio per l'autore dell'articolo) pur scrivendo di temi sui quali Oltretevere vorrebbe avere controllo e dominio assoluto. Si ode quasi un rimpianto per l'Indice dei libri proibiti che tanta tranquillità dava a molti.

Saramago è stato dunque un uomo e un intellettuale di nessuna ammissione metafisica, fino all'ultimo inchiodato in una sua pervicace fiducia nel materialismo storico, alias marxismo. Lucidamente autocollocatosi dalla parte della zizzania nell'evangelico campo di grano, si dichiarava insonne al solo pensiero delle crociate, o dell'inquisizione, dimenticando il ricordo dei gulag, delle "purghe", dei genocidi, dei samizdat culturali e religiosi.

Mi sarei aspettato una migliore conoscenza della posizione che Saramago occupa all'interno della storia della letteratura di lingua portoghese e, en passant, della vita personale dell'autore. Se proprio volessimo scomodare la categoria del “nemico” va ricordato che ai nemici di valore si tributa sempre l'onore delle armi.

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