L'intervista di Affari Italiani a Gian Paolo Serino, ovvero quel che resta della critica in Italia

L'intervista di Affari Italiani a Gian Paolo Serino, ovvero quel che resta della critica in Italia Leggendo l'intervista a Gian Paolo Serino, fondatore della free press letteraria Satisfiction, che stamane Antonio Prudenzano ha pubblicato sulle pagine di Affaritaliani.it ho finalmente potuto provare la strana ebbrezza che si prova leggendo delle vere opinioni, delle oneste prese di posizione serie e ficcanti che mi hanno dimostrato, di contro alle mie opinioni più recenti, che un barlume di intelligenza e di critica letteraria, in Italia, ancora esiste.

Dall'intervista emerge un dato fondamentale: la critica in Italia, seppur gravemente deficitaria e mediamente irriconoscibile, è ancora viva, e Serino, seppur nella sua dimensione di provocatore è uno dei suoi più attivi esponenti in questo momento. Dai complimenti rivolti a Michele Rossi, editor di Rizzoli, "per aver inventato 'Acciaio' di Silvia Avallone", un romanzo che Serino non esita a definire come un libro "da ultima spiaggia" che "più che un romanzo è una bara senza maniglie" fino alla stangata sui giallisti contemporanei: "Non se ne salva nessuno", dice Serino, "Ormai ci sono più giallisti che criminali, più noiristi che detenuti".

Ma il punto più interessante, analizzato anche dai colleghi di Polisblog, è senz'altro quello della secchissima presa di posizione sul caso Saviano e Gomorra, talmente pungente e senza sconti che vale la pena citarla per intero:

secondo me i veri camorristi non sono quelli che Saviano accusa ma i milioni di lettori che hanno letto Saviano, si sono scandalizzati, hanno solidarizzato per poi non dire niente. Tutti zitti, a cuccia, a casa. Hanno riposto 'Gomorra' ben in evidenza nelle loro librerie ma non sono scesi in piazza, non si sono incazzati, che era la risposta minima di un Paese civile. Sono stati zitti: sono stati omertosi. Hanno applicato l’omertà che è il principio base dei camorristi: il silenzio. Per questo i veri camorristi sono i lettori di Saviano.

Un'opinione che, seppur possa sembrare molto provocatoria, è in realtà - almeno per quanto mi riguarda - altamente condivisibile, soprattutto per quel suo puntare l'indice contro uno dei più gravi e profondi problemi che affligge l'Italia: l'ignavia, il qualunquismo, l'inerzia, l'accidia, vale a dire quella sorta di conformismo piccolo borghese che spinge l'opinione pubblica italiana a idolatrare e a barricarsi dietro eroi di carta e inchiostro con estrema facilità, un atteggiamento che nasconde nella propria ombra una povertà di spirito assoluta e terrificante.

Serino definisce i lettori di Gomorra "i veri camorristi", e ha ragione, perché questo siamo, lettori camorristi, tanto pronti a vociare a strillare, a indignarci del mondo che cade a pezzi intorno a noi, ma altrettanto lesti nel metterlo da parte subito dopo, ritornando, come se niente fosse, a imprimere in divani di pelle la forma oblunga delle nostre chiappe sudate, forse aspettando il prossimo eroe.

Quand'è che ci accorgeremo che non abbiamo bisogno affatto di eroi, ma di persone? Che abbiamo bisogno di noi, di ritornare ad interessarci seriamente di quello che ci capita intorno, senza accontentarci della passeggera indignazione che proviamo leggendo libri come Gomorra o vedendo trasmissioni come Report? Perché più andiamo avanti e più sarà probabile che ce ne accorgeremo troppo tardi.

Via | Affaritaliani.it

  • shares
  • Mail