Il falso intervistatore di Roth si confessa a El Pais

Il falso intervistatore di Roth si confessa a El Pais

Il falso intervistatore di Philip Roth, infine, ha svelato i suoi misteri. Vi ricordate cos'era successo? Riassiumiamo per chi si era perso questa notizia. A febbraio Paola Zannuttini, intervistando lo scrittore americano per il Venerdì di Repubblica, gli aveva chiesto di motivare la delusione che aveva espresso, in un'intervista su Libero, sull'operato di Obama (ve ne abbiamo parlato qui).

Philip Roth sbiancò di colpo. Si fece dare il nome del suo presunto intervistatore, Tommaso Debenedetti, e controllò col suo agente: non aveva mai incontrato quel tizio. E' scattata la bagarre e, infine, la rivelazione: "Volevo lavorare come giornalista culturale, però non trovavo spazio".

E' per questo che ha incominciato a inventarsi di sana pianta le interviste (e lo spazio, a questo punto, lo ha trovato). Ma ecco altre dichiarazioni: "L'informazione in Italia è basata sulla falsificazione. Io mi sono semplicemente prestato a questo gioco per poter lavorare".

Le false interviste di Debenedetti sono molte (dichiara di avere incominciato dieci anni fa): Arthur Miller, Roth, Gorbaciov o il Papa per dirne alcune. E altrettante le falsità: una per tutte, fece confessare a Le Carré che avrebbe votato Berlusconi. E' quasi inutile esprimere la propria indignazione, essendo quasi ovvia. Le interviste immaginarie le hanno fatte in molti (e penso soprattutto a Del Buono), ma era un gioco letterario, scoperto, e molto divertente.

Ma è forse sbagliato fermarsi qui. Senza giustificare Debenedetti, viene da interrogarsi sul mondo del giornalismo (culturale e non) e su quello del lavoro in generale: per poter lavorare siamo arrivati a tanto? Che mondo è, quello lavorativo, se porta a questo genere di fenomeni?

Ma la cosa più sconvolgente, secondo quanto riporta "Il Post", è che le redazioni dei giornali sapevano tutto (o così almeno dice Debenedetti); ecco uno stralcio dell'intervista:

Quindi ai giornali sapevano che si trattava di falsi?, chiede il giornalista del País.
Certo, ma il meccanismo gli conveniva. Tutti sanno che gli autori danno interviste per promuovere i loro libri. Le mie interviste però andavano oltre: erano sempre casi politici. Bastava attribuire loro un qualche pregiudizio di destra. Mi divertiva perché sapevo cosa volevano nelle redazioni. “Sarebbe bello se parlasse male di Obama”, “sarebbe bello se parlasse bene di Berlusconi”. Io obbedivo.

Ma il mondo del giornalismo è così malato?

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