Il patto, di Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci

Sono passati diciotto anni dalle stragi di Capaci e di via D'Amelio, in cui, è bene ricordarlo, nella prima, persero la vita Giovanni Falcone – sua moglie e parte della scorta – e, nella seconda, Paolo Borsellino – e la sua scorta –, e proprio in questi giorni si discute una legge sulle intercettazioni.

È appena uscito un libro che racconta quel periodo, il più buio della nostra storia recente: quell'arco temporale a cavallo delle due stragi, e, per usare un eufemismo, il dialogo che si era innescato tra Stato e Cosa Nostra. Il libro è: Il patto, di Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci, appena uscito per i tipi di Chiarelettere.

In quel periodo, si sa, era iniziata una lotta alla mafia, proprio grazie al lavoro di magistrati come Falcone e Borsellino, fatta entrando nella logica della sua struttura organizzativa. Tra gli strumenti utilizzati c'erano, appunto, le intercettazioni, ma soprattutto il pentitismo.

Il racconto giornalistico, infatti, si incastra tra l'assoldamento, da parte delle forze dell'ordine, di Luigi Ilardo e la sua uccisione. Luigi Ilardo: mafioso, pentito e infine infiltrato nei ranghi di Cosa nostra, permette di assestare durissimi colpi all'organizzazione mafiosa. Per primo racconta dei pizzini, incontra Provenzano e entra nelle sue grazie. Racconta anche del covo in cui si trova il boss, eppure sorprendentemente Ilardo rimane inascoltato.

In mezzo, tra l'assoldamento e la morte di Ilardo, però, c'è di tutto: Falcone e Borsellino, naturalmente, e poi è lo stesso Ilardo a parlare di una guerra intestina alla mafia per la leadership tra Provenzano e Totò Riina, e in secondo luogo dell'atteggiamento di sprezzante superiorità che i capi della cupola cominciavano ad avere nei confronti dello Stato, e che condurrà all'adozione del metodo stragista.

Ma prima e dopo le stragi, c'è dell'altro. Tramite le rivelazioni di Ilardo, e adesso anche quelle di Massimo Ciancimino, sappiamo che la mafia non era, e non è, un elemento isolato, ma aveva, e ha, forti legami con l'economia viva del paese e la politica, che scesero a patti con Cosa Nostra.

Sappiamo, dunque, che Vito Ciancimino fu una sorta di sensale e parte integrante nel dialogo tra le due parti; sappiamo del ruolo-ombra dei servizi segreti; sappiamo di Dell'Utri, Berlusconi e Gardini; sappiamo di Andreotti, della Loggia P2 e perfino la Lega Nord che finanzia movimenti separatisti del sud; sappiamo che Nicola Mancino forse sapeva di questo patto con la mafia.

Insomma, la politica, e non solo quella locale, ma la politica che conta, quella nazionale scende a patti con Cosa Nostra, che voleva l'annullamento del 41bis, processi più blandi e, dunque, maggiore libertà di agire sul territorio.

A questo punto viene da chiedersi, le stragi (quelle di Falcone, Borsellino, ma anche quelle di Milano, Roma e Firenze) erano soltanto una dimostrazione della potenza di Cosa Nostra? Perché la mafia fa le stragi? È un linguaggio che le appartiene o gli è stato, diciamo così, suggerito? E da chi? Una cosa però salta agli occhi: con l'avvento della Seconda Repubblica, non ci sono state più stragi.

Il libro si legge come un romanzo, se vogliamo azzardare un paragone di genere, è avvincente come un thriller, ma purtroppo non è un romanzo: è realtà allo stato puro.

Il patto
di Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci
Da Ciancimino a Dell'Utri. La trattativa Stato e mafia nel racconto inedito di un infiltrato.
Collana Principio Attivo
Pagine 338
Prezzo 16,00 euro

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