Parole in libertà sul Salone del Libro di Torino

Parole in libertà sul Salone del Libro di Torino

Con il mio pass che recava in bella vista la dicitura “relatore” ho fatto il mio ingresso al Salone del Libro di Torino, edizione 2010. Le prime tre sensazioni che ho provato sono state le seguenti: follarumoreah! ci sono i libri.

Folla: volenti o nolenti è la prima cosa che si nota entrando al Lingotto. Una fiumana di persone che si aggira per stand e padiglioni, orde di scolaresche vocianti che in fila vagano sperduti per gli ampi locali del Salone del Libro, gente che sbuca da ogni dove, con divise, felpe, magliette, cappelli, sciarpe di tutte le fogge e colori.

Rumore: insieme alla moltitudine di persone – non credevo che morte tanta n'avesse disfatta, per citare il Sommo Poeta (via Elliott) – c'è il rumore, le chiacchiere, i suoni. Quasi ad ogni stand c'è una presentazione di un libro più o meno famoso, con relatori più o meno coinvolgenti che parlano con toni più o meno forti della loro ultima – e splendida, ça va sans dire – fatica. Aggiungete il vocio delle persone, i vari stand radiofonici che trasmettono in diretta, qualche espositore che spara musica e il gioco è fatto.

Ah, ci sono i libri!: i libri – motivo principale, a quanto pare, del Salone – sono l'ultima cosa che uno nota. Tra stand in cui l'estro di architetti si è sbizzarrito e stand che ancora non capisco cosa abbiano a che fare con i libri, ci sono loro, i cari libri. Di tutte le forme – dall'editore che pubblica solo libri piccolissimi a quello che fa solo opere d'arte, dall'editore noto con tanto di personaggio famoso nello stand a firmare copie e ad elargire sorrisi, allo sconosciuto editore che sonnecchia solo soletto in una parte della fiera che, forse, nemmeno è riportata sulla guida. Curiosamente, lo stand più affollato è quello in cui si parla di... cioccolato! Del resto si sa, i libri sono dolcezze per il palato. Ah, no! Per la mente. Passaparola!

E l'India? Dov'è l'India ospite d'onore di questa edizione? La puoi trovare in due modi: o mettendoti d'impegno a cercare lo stand – e lo trovi, in una silenziosa ala della fiera suddiviso in piccoli bugigattoli dove espositori un po' annoiati siedono dietro a pile di libri – o facendoti guidare dall'odore delle spezie fino al ristorante indiano. Questo sì gremito!

Ultima annotazione, prima di disfare la valigia. Perché in queste manifestazioni che promuovono il libro si deve sempre far pagare un biglietto d'ingresso? Otto euro non sono pochi, equivalgono al prezzo di un libro, in media. Se l'intento è promuovere – e considerando anche i soldi che sborsano gli editori per allestire gli stand – non sarebbe meglio, per esempio, fa pagare il biglietto all'uscita e solo a chi non ha comprato almeno un libro?

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