La storia di Giancarlo Siani in L'abusivo, di Antonio Franchini

l'abusivo"Che ci vuole a morire. ci vuole tanto e non ci vuole niente". Un libro da leggere se avete amato il film 'Fortapasc' di Marco Risi, distribuito in pochissime copie in Italia nel 2009, e incentrato sulla vicenda di Giancarlo Siani, il giornalista di Napoli morto a 26 anni per mano di camorra.

A scrivere 'L'abusivo', edito da Marsilio, è Antonio Franchini, che non si presenta come 'amico' di Giancarlo (è facile dirsi 'amici' dei morti, ce n'è una vasta schiera anche per Siani, dice) ma semplicemente come un suo 'collega' e conoscente.

Come Giancarlo, anche Franchini era 'abusivo' al Mattino. Abusivo significa, scrive, che passava senza vedere una lira dodici ore al giorno in redazione, mettendosi 'in lista d'attesa' per l'assunzione. Sulla scrivania di Siani non a caso era appeso il cartello 'Schiavo', racconta, che poi fu levato, dopo l'omicidio, e sostituito da fiori ad uso e consumo di flash e telecamere.

Giancarlo Siani fu ucciso sotto casa, alle 21,40 del 23 settembre 1985. Daniela Limoncelli, la sua collega di scrivania, era al cinema, e subito chiamano a casa sua, per sapere dov'è. Uscivano spesso dalla redazione insieme, e temono che anche lei possa aver fatto la stessa fine.

Arriva la telefonata anche in redazione, mentre un altro collega sta scrivendo un pezzo riassuntivo di un programma tv, con i carabinieri che gli dicono al telefono 'Siano...Siani...ecco, l'hanno sparato'.

La prima domanda che fa il suo caporedattore è 'era giornalista o pubblicista'? Le urla di indignazione dei suoi colleghi sconvolti contro di lui attraversano le mura del palazzo. Il pezzo del Mattino il giorno dopo titolerà "Ucciso cronista del mattino" meritandosi, nella prima edizione, solo tre colonne di spalla in prima pagina. Perchè Siani era ancora pubblicista.

"Dissi hanno ammazzato un mio amico - scrive Franchini - come se questo, nella partita tra noi tre, chiusi in una stanza a 'tagliare e cucire' righe di testo, mi potesse dare un vantaggio, adesso che un taglio non ricucibile era la mia vita a vantarlo".

Dal momento dell'uccisione, i colleghi di Siani ritirano le firme dai loro pezzi. Hanno paura, perchè Giancarlo stesso non si era mai reso conto di essere 'nel mirino' con i suoi pezzi 'aggressivi' sulle dinamiche della camorra di Torre Annunziata. E all'improvviso, tutti loro cadono nella sensazione di essere vulnerabili, possibili obiettivi semplicemente con il proprio nome sui pezzi.

Giancarlo infatti non aveva paura. Questo lo dicono tutti. Lo dice il fratello (me ne avrebbe parlato, diceva) o la sua collega Daniela (quello che voleva fare era solamente il proprio lavoro, non pensava ad altro). Eppure Siani è morto 'perchè ha scritto', come arriva a concludere Franchini.

"Lui scriveva male, seconfdo me...però è una delle poche perrsone che io conosco che si sia messo a imparare. in genere chi comincia a fare il giornalista crede di saperlo già fare e di non aver nulla da imparare", ricorda il suo collega del Mattino Francesco Romanetti.

Per anni il mistero sulla sua 'condanna a morte' sarà oscuro, "una tipica storia italiana: si è gridato alla sua immediata soluzione, si è ripiombati inn una nebbia più fitta di prima". Anche perchè c'è chi dice - come emerge anche dal film di Risi - che Siani portasse con sè un dossier che rivelava i rapporti fra politica locale e camorra. Dossier che avrebbe avuto con sè nella sua macchina dal ritorno dal lavoro, e che non fu mai ritrovato.

Poi, dopo anni, grazie alla dichiarazione di un pentito, si scopre la verità ancora oggi considerata 'ufficiale': Siani ha oltraggiato il clan Nuvoletta, svelando che avessero 'venduto' la testa di Valentino Gionta, ospite nelle loro terre poi arrestato, per far pace 'separata' con un altro clan, quello dei Bardellino.

Li ha dipinti, secondo il codice mafioso, come 'infami'. E loro non lo sono. Per questo decidono che 'i ggiornalista deve morire. "Siani gettava pubblicamente il sospetto di tradimento sui Nuvoletta...potevano i più eminenti 'uomini d'onore' in Campania tollerare quest'affronto?" scriverà poi Francesco Barbagallo nel 'Potere della camorra".

Giancarlo, dice a Franchini una fonte che vuole restare anonima, aveva la morte scritta nel Dna, come chiunque cerca la verità. "Quel ragazzo allegro e in camicia bianca delle fotografie e dei ricordi di coloro che l'avevano conosciuto era un predestinato? Avere la morte nel Dna vuol dire non essere torvo, introverso, scuro, ma diretto, semplice, pulito?".

Al tempo dell'omicidio, Franchini vive in famiglia, con la madre e il Locusto (la nonna) legate da un astio viscerale l'una nei confronti dell'altra, e lo zio Rino, e i dialoghi in dialetto della sua famiglia vengono intervallati dai suoi ricordi di Giancarlo. Una volta finirono anche per parlare della loro vita intima.

"Inevitabilmente, il confronto fra la sua morte e il mio lavoro di revisore di enciclopedie mi sembrava invalidare tutte le mie scelte e tutta la mia vita, in modo intollerabile". E infine, l'autore si interroga sugli alibi dei vivi, sull'insoddisfazione dei giornalisti di oggi e su quando si smette di essere giovani: quando non riesci più a provare intatto stupore per qualcosa di bello, perchè la prima cosa che provi è che l'hai già vista.

Antonio Franchini
L'Abusivo
Marsilio
9 euro

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