Freelander di Miljenko Jergović

Copertina del libro Freelander di Miljenko JergoviÄ�Da Freelander – romanzo on the road di Miljenko Jergović, in libreria in questi giorni per i tipi della Zandonai Editore – si viene conquistati due volte: all'inizio subito appassiona lo stile di Jergović, poi, dopo le prime pagine, la storia si fa strada e ci si cade dentro.

La storia è quella di Karlo Adum, professore in pensione e vedovo, e della sua Volvo “colore arancione, vernice originale, anno di produzione 1975, mai scheggiata, unico proprietario...”. Per essere più precisi è la storia di un viaggio da Zagabria a Sarajevo, un viaggio alle radici, un viaggio attraverso la storia, un viaggio che, anche Karlo Adum, vede da esterno, dal momento che a Sarajevo, sua città natale, egli manca da cinquant'anni. Un viaggio, infine, in cui la domanda che troviamo a inizio romanzo – “Lo vedi? Lo vedi com'è facile che tutto ti vada storto?” – risuona nelle orecchie per tutta la durata.

Lo stile di Jergović, poi, con un sapiente ricorso all'ipotassi e alle digressioni, rende il viaggio più vero e vivo. Uno stile, a volte, ricercato e costruito benissimo, come, per esempio, quell'unico periodo di trentatré righe che troviamo alle pagine 18 e 19:

Ora, invece, vecchi e stanchi, il professore e la sua macchina stavano l'uno al cospetto dell'altra, l'uno attratto inesorabilmente dalla forza gravitazionale della tomba, mentre l'altra, così dicevano, non valeva neppure duecento euro, a mala pena due pieni di benzina, tanto quanto gli ci era voluto, nel 1975, per arrivare a Stoccolma, la Venezia del Nord, allorché il professore e la signora Ivanka erano andati a trovare la zia di lei, Silva, vedova del feldmaresciallo Pozaić, il cui nome non doveva mai essere menzionato nelle lettere perché una volta era comparso in una foto, scattata in occasione di una qualche parata militare, nella quale, seduto su un cavallo bianco e con la sciabola sguainata, faceva rapporto a Pavelić in nome degli ufficiali croati dell'Isonzo e del Piave, ufficiali austroungarici in congedo, tutti di settanta, ottant'anni, a cui il Poglanvik aveva concesso l'onore di accedere alle file della riserva della Vojinica croata, o come chiamavano quelle formazioni, e che non si era mai più visto in uniforme militare per tutta la durata di quello Stato sciagurato, neppure vicino a qualche ustascia, ma quando avevano presentito l'imminente arrivo dei partigiani, zia Silva si era spaventata così tanto di quella fotografia pubblicata sulla copertina della rivista “Spremnost”, che aveva convinto il vecchio ad andare in esilio in Svezia, a Stoccolma, dove il feldmaresciallo era morto ormai centenario nel Sessanta e passa, sicché zia Silva cominciò a sentire nostalgia per la sua natia Zagabria, ma non aveva il coraggio di tornarci, benché non avesse mai fatto del male a nessuno, e così invitava nipoti e nipotine, grazie al Cielo ce n'erano di numerosi, a venirla a trovare a Stoccolma, ospitandoli nella sua casa ampia e luminosa proprio accanto al canale dove nuotavano papere e altri uccelli acquatici, che fissavano le finestre come se avessero voluto controllare se c'erano ospiti provenienti dal lontano Sud.

Miljenko Jergović
Freelander
a cura di Ljiljana Avirović
Zandonai Editore, 2010
pp. 192, euro 15

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