Diario di una liquidazione/1: Il lavoro culturale di Luciano Bianciardi

Diario di una liquidazione/1: Il lavoro culturale di Luciano Bianciardi Dopo aver saputo della chiusura imminente del Libraccio di via Solferino, a Milano, ma soprattutto dopo aver appreso dai colleghi di 02blog della decisione della suddetta libreria di effettuare una giga-liquidazione a base di sconti tra il 30% e il 75%, mi ci sono subito recato, sperando di poter trovare, come spesso capita, una chicca nascosta tra gli scaffali del Libraccio.

Il primo dei libri che ho trovato e di cui vi propongo una breve rilettura è Il lavoro culturale di Luciano Bianciardi, un breve libretto di poco più di 100 pagine, scritto per la gran parte nel 1957, entro le quali Bianciardi, uno degli intellettuali più pungenti degli anni '60, prematuramente scomparso nel 1972, descrive il proprio percorso di formazione intellettuale nella sua città di origine, Grosseto, nel primo dopoguerra.

Dallo sbarco massiccio del cinema nella vita culturale cittadina, alla riorganizzazione della biblioteca, ai convegni, ai dibattiti, al cineclub: il mondo culturale del primo dopoguerra italiano, appassionato e in fermentazione, è dipinto da Bianciardi attraverso il suo solito sguardo disincantato e, al contempo, quasi divertito, emergendo in tutta la sua dimensione grottesca, ma contemporaneamente sincera, vera.

Due sono i momenti che, nel corso della narrazione, svettano su tutti, rendendo il libro sicuramente degno di essere consigliato a tutti coloro a cui interessa ragionare sui paradossi, sui cortocircuiti del mondo culturale.

Il primo è il dibattito con un critico cinematografico romano sul neorealismo, nel corso del quale il critico, dal suo punto di vista grottescamente storicistico e di partito, non riesce a capire il nocciolo drammatico di Ladri di biciclette, intendendone semplicemente il tema della disoccupazione e accusandolo di individualismo, perché "L'operaio di De Sica è un uomo solo..." dice, e Marcello, fratello di Bianciardi, gli risponde incredulo: "Ma io pensavo che fosse proprio questo il nocciolo drammatico dell'opera del De Sica: la solitudine dell'uomo. Non siamo forse noi tutti degli uomini soli?..."

Il secondo episodio, troppo lungo da riportare, è il momento più spassoso dell'intero libro, quando Bianciardi, passando al tono del pamphlet affronta il problema del linguaggio del lavoro culturale, un linguaggio che rispecchia in pieno il grottesco di coloro che lo utilizzano, una sottospecie di burocratese applicato alla cultura, un linguaggio inutilmente aggrovigliato e fondamentalmente vuoto che Bianciardi definisce perfettamente nelle due righe conclusive:


"I dialetti di classe, che sarebbe più esatto chiamare gerghi, servono non le masse del popolo, ma un ristretto gruppo sociale superiore"

Il lavoro culturale è certamente un libro da leggere e da far leggere, un libro che può essere un utile trampolino di lancio per la lettura di alcuni dei libri più belli del secondo novecento italiano, i capolavori di Luciano Bianciardi, La vita agra e Aprite il fuoco, due esempi di come ci si possa integrare nel mondo culturale continuando a mordere da dentro, denunciando i paradossi e ripiegamenti su se stesso che da sempre lo caratterizzano, con la speranza di vederlo cambiare, prima o poi.

Luciano Bianciardi
Il lavoro culturale
Feltrinelli
euro 7,00

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