Una breve intervista a Tiziano Scarpa su La vita, non il mondo

Un'intervista a Tiziano Scarpa su La vita, non il mondo Scrittore tra i più eclettici e multimediali, Tiziano Scarpa, prima di aggiudicarsi il Premio Strega del 2009 grazie a Stabat Mater, ha avuto un percorso artistico variegato, passando da un genere all'altro, da un medium all'altro: da romanzi come Occhi sulla graticola e Kamikaze d'Occidente, alla poesia di Groppi d'amore nella scuraglia e Covers (insieme a Raul Montanari e Aldo Nove), passando dal teatro, dai saggi critici, dagli aforismi, fino alla compilazione di una guida turistica di Venezia, dal titolo Venezia è un pesce.

Qualche giorno questa variegata produzione si è arricchita, è infatti uscito, per i tipi Laterza, La vita, non il mondo, una raccolta di brevi ragionamenti, non più lunghi di 1000 battute, sull'esperienza personale del mondo, sulla vita, brevi riflessioni che lo scrittore veneziano ha raccolto, in polemica con un certo modo, tipico del giornalismo, di rappresentare il mondo come "attualità".

Ancora una volta dunque, lo scrittore veneziano, fedele alla sua linea, ci propone un libro-esperimento, un libro un po' fuori dagli schemi. Per cercare di capire perché noi lo abbiamo intervistato.

Innanzitutto vorrei chiederti di spiegarci la scelta del titolo, perché hai scelto la vita a scapito del mondo?

Per “vita” in questo libro intendo le esperienze personali. Il “mondo” sono i mass media che occupano la scena e dettano l'agenda del discorso pubblico: non solo le priorità politiche, ma anche le conversazioni che si fanno fra amici mangiando una pizza...

Leggo che questo tuo ultimo libro “è un libro a favore dell'esperienza personale, in polemica con 'l'attualità a tutti i costi", ci spieghi in poche parole la natura di questa tua polemica?

Oggi si tende a mettere in comune le esperienze degli individui in quanto spettatori. Si parla di ciò che si è visto in televisione, al cinema, ecc. (in questi giorni uno dei siti più visitati d'Italia ha lanciato l'iniziativa “Avatar visto da voi: mandate le vostre recensioni”).

I brani che compongono “La vita, non il mondo” non superano mai le 1000 battute: è un limite che ti sei imposto tu o che ti è stato imposto dalla materia e dalla scrittura?

È una mia scelta. Non mi sfugge che proporre le esperienze che ho vissuto io è un azzardo, contiene una certa quantità di superbia (perché mai dovrebbero essere interessanti per gli altri le mie esperienze?), perciò ho cercato di ridurle all'essenziale.

In una realtà come quella che viviamo in questi anni, in cui la verità esperienziale della vita è stata quasi completamente sostituita da una verità mediatica, univoca e posticcia, qual è il compito dell'intellettuale? Resistere o reagire?

L'esperienza in realtà non è stata sostituita, è ovvio che noi continuiamo a fare esperienza della felicità, della malattia, della morte; quel che è grave è che è considerata irrilevante. L'io sarebbe una specie di cantuccio sordido dove si raccoglie il peggio dell'umanità, un grumo di ambizioni meschine: tutto quello che fa, anche quando ha un'apparenza generosa, in realtà nasconderebbe un retroscena di puro tornaconto egoistico, giacché l'io mirerebbe sempre e soltanto al suo interesse, al successo personale, all'eco mediatica (diabolica astuzia dei media: si è stabilito che nella vita l'unico vero successo è quello mediatico; così è già pronta l'arma per disinnescare qualunque iniziativa personale: “di' la verità, questa cosa la fai non perché ci credi, ma solo perché vuoi farti pubblicità!”...). Secondo questa impostazione, dunque, l'io non può far altro che secernere narcisismo e invidia: come vedi, l'io così concepito è un'entità inutilizzabile comunitariamente, civicamente dannosa. Ma questa idea dell'essere umano è reazionaria, perché esclude in anticipo la possibilità di mettere in comune le esperienze personali, come contributo individuale, politicamente positivo, per una fondazione comunitaria. Oggi, l'unica base su cui è fondata la comunità italiana è ancora la televisione (nonostante la diffusione della rete): i singoli sono desoggettivati, tollerati solo come carne da statistica, sondaggio, audience, pubblicità. Spettatori, consumatori, commentatori: puro riverbero di media e merci. Altrimenti, il racconto delle esperienze dei singoli viene ascoltato solo come conferma dell'esistenza narcisistica e invidiosa di questa piccola cosa sporca che è l'io.

La vittoria del premio Strega, e il conseguente allargamento del tuo pubblico, quanto ha cambiato (se lo ha fatto) il tuo modo di approcciare alla scrittura?

Come dimostra anche quest'ultimo libro, continuo a scrivere (e pubblicare) non solo romanzi. Voglio dire che continuo ad avere un'idea totale, a tutto campo, della scrittura.

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