Intervista ad Emma Travet, autrice di Voglio scrivere per Vanity Fair

vanity fair Ne avevamo parlato tempo fa: in 'Voglio scrivere per Vanity fair', il libro edito da Memori che sarà presentato venerdì 22 a Roma, alla libreria Altroquando, c'è un po' di ciascuna di noi, 'precarie per forza'. Leggendo il libro si ha l'impressione che la protagonista viva una dimensione in cui è difficile guardare oltre il quotidiano, oltre la prossima bolletta, oltre quello che si riuscirà a realizzare nell'immediato futuro.

Travet, secondo lei, il precariato lavorativo incide nel nostro modo di organizzare la nostra vita, 'restringe' in qualche modo le nostre prospettive esistenziali al presente qui-ed-ora, impedendoci di guardare oltre il nostro naso?
Secondo me sì, e lo dico con cognizione di causa, visto che sono stata precaria per 7 anni e mezzo. Ok, una precaria fortunata perchè ho lavorato in un posto che mi ha sempre versato lo stipendio a fine mese e che mi pagava le ferie, ma ogni anno, alla scadenza del contratto mi chiedevo: " E poi... se non mi rinnovassero il prossimo anno, che farò?" Però mi sento di aggiungere che l'unico aspetto positivo del vivere il presente qui ed ora è quello di impegnarsi a dare il meglio subito.

Nel suo libro la protagonista ha un gruppo di amici 'fedelissimi' che a volte non riesce a vedere anche per periodi lunghi, e a cui però rimane affezionatissima. Secondo lei, oltre agli affetti, in cosa cerca 'sicurezze' oggi un/una giovane precaria/o?
Nell'idea di un lavoro stabile che forse, prima o poi, arriverà, e nella famiglia, intesa come mamma e papà che mal che andasse, ci sono sempre a supportare (economicamente e non) i figli precari.

Vivere con un esile stipendio in città metropolitane non è facile, causa il costo della vita sociale (ristorante, cinema, discoteca etc..). Secondo la sua esperienza è possibile che non si riesca a risparmiare anche perchè fra le tante spese 'essenziali' ci sono proprio quelle dedicate alle uscite con comitiva/amici/partner a cui non si vuole rinunciare? E su quali spese apparentemente 'essenziali' si riesce a tirare la cinghia, invece?
"Può essere...parlo per me: quando stavo con i miei andavo spesso a fare l'aperitivo, e mi compravo tutto quanto mi passava per la testa, o andavo in viaggio senza farmi problemi di mettere da parte dei soldi, perchè tanto non avevo affitto, cibo, bollette etc...da pagare. Andando a vivere da sola ho dovuto ridimensionarmi: ho tagliato sui viaggi e sugli aperitivi, però continuo lo stesso a togliermi qualche sfizio, come il caffè e croissant al bar, le borsette second hand o qualche capetto di H&m, Zara e simili, andare alle mostre. Ecco, forse il segreto sta nell'essere capaci a ridimensionarsi, ma non eliminerei troppo perchè vivere una vita di ristrezze non è poi così piacevole".

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