Lo scrittore Pap Khouma racconta la sua condizione di black italiano a Repubblica

copertina libro pap khouma Pap Khouma è cittadino italiano, c'è scritto sulla sua carta d'identità, ma ai controlli documenti sembra che non sappiano leggere, o forse è troppo difficile andare oltre il pregiudizio e accertare la sua cittadinanza. Non ci sono abituati, dicono, è strano vedere un uomo nero italiano.

Lui è autore di un libro, uscito nel 1990 e ripubblicato nel 2006 da Baldini e Castoldi. Insieme al giornalista Oreste Pivetta ha ripercorso la sua condizione di immigrato, di venditore, lavoro che definisce "faticoso, triste, pieno di umiliazioni. C'è voluto un po' di tempo e di avventure prima che io arrivassi a Milano, dove sono stato un inventore, perché i primi mercatini nelle stazioni della metropolitana li ho messi su io con tre compagni."

Oggi si racconta a Repubblica, denunciando i numerosi episodi di razzismo di cui è stato vittima negli anni. Alle soglie del 2010, in una società multiculturale, si spererebbe che alcune barriere fossero state superate, invece è stupefacente come alcuni pregiudizi rimangano radicati e siano duri da estirpare. Pap, a Milano, città in cui vive, non può correre in metropolitana, perché è in ritardo sul lavoro, altrimenti viene subito scambiato per un ladro in fuga; deve stare attento a non rincasare troppo tardi la sera, altrimenti, mentre cerca di aprire la sua macchina, viene apostrofato con un "perché sta aprendo quell'auto".

Questi e tanti altri i soprusi e le ingiustizie che deve subire. "Chi vive queste situazioni quotidiane per più di 25 anni - dice ancora - o finisce per accettarle, far finta di niente per poter vivere senza impazzire, oppure può diventare sospettoso, arcigno, pieno di "pregiudizi al contrario", spesso sulle spine col rischio di confondere le situazioni e di vedere razzisti sbucare da tutte le parti, di perdere la testa e di urlare e insultare in mezzo alla gente". Nonostante ciò sostiene di credere ancora nella giustizia italiana e, di questi tempi, non è poco.

Via | Repubblica

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