Intervista a Iain Levison: lo scrittore precario

È appena uscito per i tipi di Edizioni Socrates il divertentissimo Ammazzarsi per sopravvivere, di Iain Levison, il cui sottotitolo aggiunge molto al contenuto del libro: Le infinite fatiche di un precario americano. Nonostante il libro sia uscito in America nel 2001, quando cioè la crisi economica era ancora di là da venire, senza particolari doti di preveggenza Levison tratteggia un'America molto vicino al collasso, nella quale a soffrire sono soprattutto i lavoratori precari.

Come ti è venuta l'idea per il libro?
Io stesso facevo quella vita, e nessun altro all’infuori dei sociologi sembrava accorgersi dell’esistenza di gente come me. Passavo tutto il giorno a svolgere qualche schifo di lavoro, poi mi ritrovavo a guardare una partita in tv e mi rendevo conto che le pubblicità della birra erano le uniche che fossero indirizzate a me. Ehi tu, tizio che guadagna 7 dollari e 25 l’ora, ti piacerebbe comprare una BMW nuova fiammante? Ti piacerebbe investire con la Charles Schwab? I media hanno perso ogni contatto con la realtà. I ragazzi di Friends vivevano in un appartamento di Manhattan. Anche io vivevo in un appartamento di Manhattan, e pagavo mille dollari al mese per dormire sul pavimento di un monolocale. Il punto non è la povertà, anche se da quella realtà non si può prescindere. Il punto è il divario, la differenza tra come l’America viene dipinta e com’è realmente per la maggior parte di noi.

Il libro è del 2001, ma in America la crisi è scoppiata nel 2008. Questo vuol dire che c'era già qualcosa nell'aria. Perché, secondo te, sembra essere stata colta di sorpresa?
Gli americani vivono in un mondo fantastico creato dalla televisione e consolidato dalla pubblicità e dalla stampa. L’economia va a gonfie vele! Ogni giorno i delinquenti finiscono in prigione grazie a onorevoli avvocati! Lottiamo per la libertà! È esilarante. La realtà è sotto gli occhi di tutti. Eppure abbiamo sviluppato questa strana tendenza a ignorare quello che abbiamo di fronte per vedere invece solo quello che ci viene detto di vedere, quello che ci viene suggerito. Ora come ora in prigione ci sono tre milioni di persone. È circa l’1% della popolazione, una percentuale di gran lunga superiore a quella di ogni altra nazione, comprese le dittature. Un Paese che sbatte l’1% dei suoi esseri umani dietro le sbarre non può reggere molto a lungo. È un segno che c’è qualcosa di profondamente sbagliato. Di cose sbagliate ce ne sarebbero a dozzine, chiaramente, questa è solo la prima che mi è venuta in mente. Questo Paese, con tutto ciò che aveva di grande, è stato distrutto da fanatici accecati dall’avidità.

Cosa ne pensi del premio Nobel a Obama?
La Commissione di Oslo voleva alzare il dito medio contro Bush, e Obama ha avuto fortuna.

Pensi che possa cambiare sul serio le cose?
No. Non credo nemmeno che voglia farlo davvero. Quando Franklin Delano Roosevelt salì in carica nel 1932 attaccò briga, raccontò un mucchio di bugie, fece promesse che non poteva mantenere. Rimase molto sorpreso quando fu rieletto nel 1936 perché era convinto che lo odiassero tutti. Si scoprì poi che lo odiavano solo a Washington. Obama, al contrario, non sopporta che qualcuno lo odi. Pare abbia la fissazione di piacere per forza alle persone che non lo amano, invece di cercare di rimboccarsi le maniche per quelli che lo fanno. È il suo difetto fatale, e si rivelerà un presidente debole e insignificante per questo. Cosa più importante, ha fatto dietrofront su talmente tante delle sue questioni di punta (l’Employee Free Choice Act, l’opzione pubblica della riforma sanitaria, i diritti dei gay, la chiusura di Guantanamo) che ora sembra solo un bellimbusto che vuole portare avanti la stessa linea corporativistica che ci ha ridotti così. Non cambierà un bel niente. Gli interessi del governo, dei media e delle multinazionali sono fusi in un’unica grande entità e Obama ne è una parte integrante, non un avversario. Però fa un sacco di scena. È un oratore molto ispirato.

Hai veramente fatto 40 lavori? Se sì, quando hai trovato il tempo di scrivere?
Ne ho fatti molti di più. Credo di essere arrivato a cinquanta o sessanta. Ho cercato di non lavorare mai per più di quarantacinque ore a settimana (a parte in Alaska) e non ho figli, quindi mi resta sempre un po’ di tempo libero.

In America è appena uscito il tuo ultimo libro "Come rubare una macchina blindata". Ci puoi anticipare qualcosa?
È la storia di tre ragazzi che vivono in una città dove l’industria è morta e non restano che le rovine arrugginite di una vibrante economia. Come quasi dappertutto in America. Un po’ per noia, un po’ per frustrazione, decidono di rubare un televisore da un magazzino all’ingrosso. Scoprono così che il crimine è l’unica cosa che non li fa sentire usati e violati, e iniziano una progressiva escalation di reati fino ad arrivare al furto di una macchina blindata. Quando scrivo cose di questo genere, punto molto sul realismo. Il loro non è un comportamento da criminali. È il comportamento naturale di chi vede le proprie prospettive di lavoro ridursi a zero mentre cose come revisione dei veicoli e tasse di circolazione vengono raddoppiate e triplicate. Il governo si è trasformato in un vorace parassita che vuole sempre di più, e questa è la storia di tre giovani uomini che si trovano a dover fare i conti con questa realtà.

Qualche rimpianto?
No, non penso in questi termini. Non sono molto incline a rimuginare, a perdermi nella nostalgia o a pensare a “come sarebbe potuta andare”. Ho preso delle pessime decisioni, e allora? Chi non l’ha fatto? Andrà meglio la prossima volta. Anche non puntare troppo in alto aiuta.

  • shares
  • Mail