Che la festa cominci, di Niccolò Ammaniti

Che la festa cominci, di Niccolò AmmanitiChe la festa cominci di Niccolò Ammaniti è un romanzo che definirei cazzone. Non c'è termine più raffinato per indicare quel mix di goliardia, volontaria cialtronaggine, divertita satira, gusto dell'effettaccio (comico, horror, sentimentale, erotico) e del post-moderno che caratterizza il redivivo stile degli esordi dello scrittore romano.

E' un romanzo intelligente, molto divertente e soprattutto onesto. L'onestà emerge a monte - probabilmente Ammaniti mancava di energie per un altro monstre narrativo e psicologico come l'ottimo (secondo me) Come Dio comanda; piuttosto che gettare fumo negli occhi ha preferito uscirsene con un quasi-divertissment senza pretese né particolari ambizioni, in linea con le sue prime produzioni ma al tempo stesso molto più maturo - e si ripercuote a valle - il personaggio dello scrittore Fabrizio Ciba mi pare una straordinaria operazione-verità, almeno in parte una confessione e un mea culpa, un misto indimenticabile di critica e autocritica.

Spiego l'ultima affermazione con un aneddoto: ho conosciuto Ammaniti durante una presentazione di Io non ho paura a Messina. Con la giacca di tweed lisa sui gomiti e tenuta in piega dentro un barattolo di marmellata, con i pantaloni sformati e di due taglie più grandi, con il gilet comprato in un charity shop di Portobello. Mise su uno sguardo impaurito cercando di apparire leggermente goffo e imbarazzato. Tipo alieno teletrasportato dalle grotte venusiane. Il messaggio corporale che inviava era semplice: Io sono il più grande scrittore esistente sulla terra, eppure capita anche a me di arrivare in ritardo perché, nonostante tutto, sono una persona normale, proprio come voi. Questa è la deliziosa descrizione che lui fa ora dello scrittore vanesio Fabrizio Ciba, protagonista di Che la festa cominci. Ma non trovo parole migliori di queste per descrivere come mi apparve lui stesso, Niccolò Ammaniti, circa otto anni fa. Aggiungo un solo particolare: come cordicella per gli occhiali usava dello spago da pacchi, di questo tipo.

Leggere adesso il suo affresco in full HD dello scrittore romano montato, ricco e snob fa molto ridere e al tempo stesso onora il nostro Ammaniti, ormai sicuramente diversissimo da quando lo incontrai. Ciò detto, i ritratti caricaturali (e perciò più rappresentativi e veritieri) che animano l'ultima opera dell'autore di Branchie sono moltissimi e rappresentano il vero significato profondo del libro.

Alla domanda posta dal recensore del «Il Sole 24 ore» - «a circa metà del libro», ha scritto, «ci si domanda letteralmente perché Ammaniti abbia tirato in piedi un simile universo di cartone» - la risposta secondo me è: primo perché fa ridere, secondo perché quest'universo di cartone rappresenta in maniera perfetta l'anima di una certa Italia di oggi. E lo fa in modo talmente nitido e intelligente da diventare, in certi punti, addirittura memorabile. C'è un brillante passo del libro che, da qualche giorno, mi capita di citare di frequente.

Allora non hai capito. Il tempo delle figure di merda è finito, morto, sepolto. Se n'è andato per sempre con il vecchio millennio. Le figure di merda non esistono più, si sono estinte come le lucciole. Nessuno le fa più, tranne te, nella tua testa. Ma non li vedi a questi? [...] Ci copriamo di letame felici come maiali in un porcile. Guarda me, per esempio -. Si alzò in piedi barcollando. Allargò le braccia come a mostrarsi a tutti, ma gli girò la testa e si dovette sedere di nuovo. - Io mi sono specializzato a Lione con il professor Roland Château-Beaubois, ho la cattedra a Urbino, sono un primario. Guarda come sto ridotto. Secondo i vecchi parametri sarei una figura di merda ambulante, un essere infrequentabile, un cafone impaccato di soldi, un tossico, un personaggio spregevole che si fa ricco sulle debolezze di quattro carampane, eppure non è così. Sono amato e rispettato. Vengo invitato pure alla festa della Repubblica al Quirinale e in ogni cazzo di trasmissione medica. [...] Quelle che tu chiami figure di merda sono sprazzi di splendore mediatico che danno lustro al personaggio e ti rendono più umano e simpatico. Se non esistono più regole etiche ed estetiche le figure di merda decadono di conseguenza.

Tanto di cappello alla sintesi e alla chiarezza, oltre che all'umorismo. In definitiva, l'ultimo di Ammaniti mi pare un bel romanzo, "minore", anzi "cazzone", però sincero, divertente e profondo nell'analisi della moderna commedia umana italo-berlusconiana. Se non l'avessi già letto, lo leggerei.

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