Sono comuni le cose degli amici: Booksblog intervista Matteo Nucci

nucciArriva in libreria il 19 novembre "Sono comuni le cose degli amici" (Ponte alle Grazie) il romanzo di esordio di Matteo Nucci, che nel suo curriculum annovera saggi su Empedocle e Platone, oltreché la cura di una nuova edizione del Simposio di Platone (Einaudi, 2009). Collaboratore con "Il Venerdì" e "La Repubblica XL", suoi racconti sono apparsi sul "Caffè illustrato" e su "Nuovi Argomenti". Ma questa volta è diverso, Matteo elabora un lutto, è alla ricerca dell’identità, nel tentativo di capire chi si è veramente, quanto pesa l’eredità paterna, cosa fare della propria esistenza: lo abbiamo incontrato.

Sei giornalista e autore di racconti: cosa ti ha spinto a scrivere il tuo primo romanzo, è stato un passaggio naturale?
Di naturale non c’è quasi niente, direi. Scrivere è una pratica e io amo i mestieri pratici, i movimenti, la quotidianità e la ripetitività dei movimenti. Scrivere un romanzo rispetto allo scrivere un racconto comporta una disciplina diversa, una continuità e uno sguardo più lungo, ma soprattutto, la capacità di tenere alto il livello di attenzione e di emozione, che nel caso di un racconto ha un picco molto più breve. Per me, credo sia qualcosa che ha a che fare con una specie di maturità.

Nella storia, tutto ruota attorno al rapporto molto particolare tra un figlio e suo padre: pensi si possa definire un romanzo al maschile?
No, non credo. Il protagonista è un uomo. Poi ci sono un padre e un amico, sì, ma, in effetti, forse le vere protagoniste sono donne. In ognuna delle tre parti del libro c’è una donna che domina la scena, e c’è un’altra donna che quasi la rappresenta, questa scena, una donna la cui storia è sullo sfondo e, in qualche modo, crea la scena.

La tua scrittura è semplice, chiarissima, molto sorvegliata. Allo stesso tempo, c’è una sottile tensione che sembra animare segretamente le pagine del libro e dare forma all’inquietudine del protagonista. Come definiresti il tuo stile?
L’hai definito tu, perfettamente. Cerco la semplicità, la chiarezza, un tono che quasi non esplode mai. Perché ciò che è complesso, ciò che forse vorrebbe esplodere è come dietro un velo. Un velo che cerco man mano di scostare. Credo molto al disvelamento, alla verità in senso antico: qualcosa che non è oscurato definitivamente dall’oblio.

Hai avuto qualche modello per i personaggi?
"Persone non personaggi" diceva Hemingway. Questa è forse una delle lezioni più importanti di scrittura. E se almeno un po’ ci sono riuscito sarebbe una grande conquista. In genere m’ispiro a quel che ho conosciuto, mescolo caratteri che ho visto vivere. Quindi, appunto, cerco di immaginare persone.

Da giornalista hai scritto alcuni reportage dalla Grecia. Dopo il funerale del padre, Lorenzo, il protagonista del romanzo, fa un viaggio in Grecia. Che legame hai con quel paese?
La Grecia è il paese che amo di più dopo il nostro, anche se il nostro in questi ultimi anni fa di tutto per non essere amato affatto. Quando ero un ragazzino ho cominciato a sognare la Grecia antica, poi l’ho letta, studiata, divorata, dai più antichi ai più moderni, da Empedocle a Seferis. Però niente è paragonabile all’emozione della prima volta in Grecia e di ogni anno che torno lì, gli odori, i sapori, i colori. C’è qualcosa di antichissimo ovunque, qualcosa che ritrovo in parte anche in Spagna: un tempo diverso. A cominciare dai movimenti. Alcune di queste cose sono nel libro, il cui titolo, peraltro, è la traduzione di un antico proverbio greco.

Quali sono i tuoi autori?
Hemingway l’ho già detto: un maestro di scrittura assoluto. Lavorando su questo libro, il tono che avevo in mente aveva a che fare con Cormac McCarthy, un gigante. Fra gli italiani, ci sono soprattutto scrittori legati alla terra come Pavese, Fenoglio, Rigoni Stern. Quella specie di colore riarso dietro cui vibra il sentimento.

Sono comuni le cose degli amici
Matteo Nucci
Ponte alle Grazie
pagine: 220
prezzo: € 14.50

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