Una conversazione con Marco Buticchi, il maestro dell'avventura all'italiana


E' uno dei pochi scrittori italiani ad essere stato in grado di superare la cifra record di un milione di copie vendute, è considerato, praticamente all'unanimità, come il più grande romanziere italiano di avventura, moltissimi lo hanno paragonato a Wilbur Smith, il maestro incontrastato del genere da decenni. Da pochi giorni è uscito il suo ultimo romanzo Il respiro del deserto, il suo nome è Marco Buticchi e noi lo abbiamo intervistato per voi.

Quando e perché ha cominciato a scrivere?

Ho incominciato molto giovane, addirittura alle elementari. Perché si scrive non è cosa facile da raccontare: da un lato è una via di sfogo alle quotidiane magagne, dall’altro scrivere regala un profondo benessere. Ecco, a distanza di anni, ancora scrivo con piacere.

Quali sono le sue fonti narrative, cosa legge?

Ho letto molti romanzi d’avventura, iniziando dagli Stevenson ai Salgari e ai Verne dell’adolescenza, per passare agli Harold Robbins o ai Wilbur Smith, Clive Cussler e Ken Follet in età via via più mature.
Purtroppo da quando – e mai lo avrei sperato – ho come “compagni di collana” alcuni dei sopra menzionati “ragazzi” ho dovuto limitare la lettura della concorrenza: da un lato sono impegnato a leggere saggi per documentarmi sulla stesura dei miei romanzi. Dall’altro ho sempre paura che la memoria mi faccia brutti scherzi e, pensando di rivelare una notizia frutto di documentazione, io infili invece in un mio lavoro passi appena letti in un romanzo di un collega “d’avventura”.

Lei scrive romanzi dalla trama intricata e complessa, una struttura che lascia intravedere una profonda preparazione, sia di ideazione sia di ricerca, dietro all'atto di scrittura. E' vero? Ci spiega come trasforma una semplice idea in un romanzo?

Impiego un paio d’anni a terminare un romanzo. La ricerca ne assorbe almeno la metà.
I romanzi, ripeto spesso, nascono da folgorazioni: particolari all’apparenza secondari, che invece balzano agli occhi e accendono la fantasia dell’autore. Quest’ultimo romanzo nasce da un colpo di fulmine che mi ha travolto quando ho visto un antico yacht in disarmo. Poi ho saputo che il Williamsburg – questo il nome dello yacht - era appartenuto a uno tra i più importanti presidenti statunitensi… e da lì è incominciato Il Respiro del Deserto.

Gli scrittori d'avventura di una volta, e penso a nomi come quello di Conrad, di Stevenson o di London, li consideriamo, più che giustamente, dei maestri, dei capisaldi della letteratura. Al contrario, gli scrittori d'avventura dei nostri giorni, e penso a Wilbur Smith, a Clive Cusserl o a lei anche, abbiamo la tendenza a considerarli scrittori di livello inferiore, in qualche modo subalterni. Se questo è vero, perché secondo lei accade?

Quando sento parlare di letteratura di serie A, B, C sorrido e scuoto il capo. La letteratura è letteratura. Non ci sono sottoclassificazioni di sorta. Sono i lettori che, con le loro scelte, impalmano oggi un genere, domani un altro.

Lei è stato paragonato spesso a Wilbur Smith. Tra lei e lo scrittore africano ci sono più affinità a livello del ruolo nel mercato editoriale o a livello narrativo?

Il “mercato”, speso questo termine viene usato in tono dispregiativo nell’ambito letterario. Come se chi ha un seguito di milioni di lettori si sia macchiato di una grave colpa. E invece chi ha seguito è perché scrive meglio di altri. O meglio, scrive cose che più interessano i lettori. Un certo Moravia diceva che il piacere dello scrivere sta nell’essere letti!.
Detto questo, le affinità tra il sottoscritto e Wilbur Smith, fatta eccezione per la prestigiosa collana di Longanesi che ci accomuna, sono davvero poche: a suo vantaggio si contano comunque qualche centinaio di milioni di copie e le modalità di scrittura mi paiono altresì assai differenti. Trovo comunque lusinghiero il paragone, anche se, prima o poi, qualcuno dirà che Buticchi scrive come… Buticchi…

Lei prende sempre spunto da aneddoti storici per costruire i suoi intrecci, quindi immagino che sia un buon conoscitore della Storia. Dovendo paragonare il periodo storico che stiamo vivendo ad una realtà storica del passato, quale sceglierebbe?

La Storia mi ha sempre appassionato, sin da bambino. Meglio, mi appassionano i meandri in cui a volte la Storia si impantana. Il periodo che stiamo vivendo ha tutte le caratteristiche per segnare una rivoluzione sostanziale del sapere pari a quella dell’invenzione della stampa: si pensi soltanto al progresso tecnologico degli ultimi 20 anni. Questi processi li vedo però spesso ostacolati da un pressapochismo politico e scarsa preparazione, per non dire malafede, e necessità di primeggiare sulle masse pur senza avere carisma o capacità.

Sa già quale sarà lo spunto storico del suo prossimo libro?

Una donna, che si aggira per una metropoli europea, spingendo un carrello di supermercato ricolmo di cianfrusaglie. E’ una clochard, da un passato insospettabile…

Cosa si prova a vendere 1 milione di copie di una propria opera?

Non ci si deve mai pensare: nello scrivere si deve traguardare il piacere, se si pensano ai doveri assunti con così tanti lettori, allora le gambe incominciano a tremare e le dita si incastrano nella tastiera senza andare avanti…

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