I racconti del terremoto, di Enrico Macioci

l'insegna di una via a terra

Il terremoto è, come tutti gli eventi tragici, un fenomeno macroscopico che interessa diversi soggetti: mezzi di informazione, geologi, politici e via dicendo. Ma è anche e, sopratutto, un avvenimento da leggere con una lente di ingrandimento, per poterne vedere gli aspetti microscopici, quelli che riguardano le singole esistenze delle persone colpite. Questo è ciò che ha fatto Enrico Macioci nei suoi Racconti del terremoto, pubblicati da Giulio Mozzi su Vibrisse.

Sono storie che sanno di vita vissuta, trasudano angoscia, smarrimento, paura, impotenza. Quella delle vittime che osservano incredule le macerie e quella dei soccorritori che non sempre sanno o possono trovare le parole giuste. Sembra di respirare l'aria di morte che ha invaso le strade dell' Aquila, leggendo Macioci, e di vedere la distruzione di case, palazzi, negozi e famiglie, molto meglio che nelle fredde immagini trasmesse dalla televisione.

I suoi personaggi sono disperati e shockati. Alcuni non ricordano e vagano per le strade devastate chiedendo cosa sia successo. Altri restano immobili, concentrati su problemi all'apparenza insulsi, come l'uomo che non riesce a scendere le scale, perché ha le scarpe slacciate e non vuole apparire sciatto. Altri ancora plasmano la memoria, o ricordano visioni predittive e si sentono in colpa per non essere riusciti a intervenire prima.

Ci sono immagini davvero agghiaccianti che lasciano lo stomaco e la mente in subbuglio. Il vecchio sul ponte, ad esempio, che non vuole venire via, perché ha visto la moglie con la fronte spaccata da cui usciva una sostanza grigia e gli era venuto in mente che era proprio con quella che lei lo aveva amato e pensato per tutti quegli anni. O il padre che non sa rispondere alla figlia che fa domande e allora la porta a fare un giro, dicendole che anche la mamma è andata a fare un giro.

La penna dell'autore è agile e delicata, sceglie le parole con cura, descrive gli scenari con attenzione, ma anche col necessario distacco di narratore che non giudica. Si limita a narrare e, in qualche modo, ad accettare gli eventi senza rassegnazione. Dice Macioci: "All’Aquila ci si conosceva tutti; adesso non so come andranno le cose, dove saremo, cosa faremo, se e quando torneremo; nessuno di noi aquilani sa per certo che la città tornerà; non lo sa nessuno. Spero che questi racconti servano almeno per la memoria, per non dimenticare ciò che L’Aquila è stata fino alle 3,32 del 6 aprile 2009: un fragile, mirabile prodigio di poesia."

Foto | Flickr

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