L'uomo nello specchio: instant book di Tommaso Labranca su Michael Jackson

Tommaso Labranca e Michael Jackson

Il primo instant book post mortem su Michael Jackson è stato realizzato in Cina, come raccontavamo tempo fa. Ora però ne è uscito un altro tutto italiano, e anche d'autore: Michael Jackson, L'uomo nello specchio, di Tommaso Labranca, che con molto piacere ho intervistato per BooksBlog.

Anche se L'uomo nello specchio è un classico instant-book, ho letto che nasce da riflessioni antiche perché lei si è molto interessato a Michael Jackson dal 1979 al 1983. Per curiosità, dal 1984 in poi che è successo?
Si è sempre soggetti ai cambiamenti e lo si è ancora di più quando si è molto giovani. Nel 1983 mi imbattei in un doppio disco con la copertina dalle tinte spente e strane foto grigiastre. Lo acquistai e mi trovai di fronte una musica senza eco, con delle percussioni e delle sonorità diverse da quelle che avevo ascoltato fino ad allora. Era Oil on Canvas dei Japan. In quel momento abbandonai il pop e mi persi in una deriva new wave e postpunk.

Michael Jackson secondo lei ha avuto un'influenza diretta sulla musica italiana?
No, perché nei primi anni Ottanta la musica italiana era contraddistinta da produttori più vicini allo spirito Schlager tedesco. Venivano fuori tempi di marcia mescolati alla melodia italiana, come dimostrano i dischi di Al Bano e Romina, Viola Valentino, Rettore. Ma anche l'Italo Disco (tutte le produzioni di Enrico Ruggeri, per esempio, da Diana Est a Den Harrow) avevano un suono molto distante da quello di Jackson. Battisti e Baglioni si dividevano gli stessi produttori inglesi un po' troppo roboanti. Forse non avevamo i mezzi per riprodurre in Italia i suoni raggiunti da Quincy Jones. Oggi è diverso e i dischi della Pausini o Ramazzotti suonano esattamente come quelli di Céline Dion.

Secondo lei l'immaturità di Michael Jackson, l'uomo-bambino, era una pre-condizione della sua arte, una sorta di vicinanza alla genialità più primitiva?
Personalmente trovo la componente infantile di Jackson la parte più stucchevole della sua artisticità. Non mi convince quando cerca di tramutarsi in un cartone animato. La sua genialità primitiva viene fuori quando si libera dallo stereotipo disneyano. Quando sfascia le auto nel video di Black or White. O quando si muove in modo sinuoso a fianco di Naomi Campbell nel video di In the Closet. Una facile lettura psicologica, fra l'altro sostenuta dallo stesso Jackson in qualche intervista, potrebbe far pensare a un tentativo di recuperare in età adulta ciò che non aveva potuto vivere durante un'infanzia fatta solo di lavoro. Ma Jackson sapeva essere adulto, quando voleva.

È azzardato o irrispettoso indulgere nel parallelismo, ispirato dalla cronaca, tra Neverland e Villa Certosa?
Assolutamente no! Anzi... ero tentato di scriverlo nel libro, poi ho pensato che sarebbe stata una nota polemica troppo personale, che non avrebbe potuto interessare i fan.

E dunque?
Si tratta di due luoghi allo stesso modo favolosi, artificiali, barocchi, figli delle grandi regge costruite tra Seicento e Settecento. Certo, in una c'era Michael Jackson e nell'altra Apicella. Ma lo spirito è quello. Se poi nella sua domanda si insinuava un altro parallelismo, meno architettonico e più carnale, non mi avrà suo complice!

Non posso non chiederle una parola su Marco Ricci, l'infermiere romano che ha subito 13 operazioni per diventare sosia di Michael Jackson. Questo genere di scultura biologica a fini imitativi secondo lei è trash?
Se il caso di Ricci fosse stato presentato da un critico d'arte contemporanea ne avrebbero parlato tutti come di un interessante caso di perfomance mutilativo-neoconcettuale, come si faceva negli anni Novanta. In realtà Marco Ricci forse ignora di essere emulazione di una emulazione, in quanto Michael con tutti i suoi interventi puntava a diventare come Diana Ross.

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