Marco Aime ed Emanuele Severino parlano del diverso come icona del male

Copertina del libro Il diverso come icona del male di Marco Aime ed Emanuele SeverinoIntenso nella sua brevità il testo di Marco Aime ed Emanuele Severino Il diverso come icona del male con introduzione di Ernesto Ferrero è stato pubblicato da Bollati Boringhieri lo scorso mese di aprile. Il volumetto è il numero 6 della collana Sguardi

Una collana che propone alcuni dei contributi più interessanti prodotti durante gli incontri e i dibattiti di “Torino Spiritualità”, su temi che intersecano la filosofia, la teologia, la storia delle religioni, la politologia, le scienze sociali e quelle umane. Il senso di questi incontri e di questi libri è quello di porre domane che non cercano mai una sola risposta, intercettando i caratteri salienti del presente e le forme della metamorfosi dello spirito umano.

Ernesto Ferrero, direttore della Fiera del libro di Torino, interroga l'antropologo Marco Aime e il filosofo Emanuele Severino sul diverso:

Poco dopo la caduta del muro di Berlino Francis Fukuyama ha scritto che la storia era finita. Sembrava si aprisse un'epoca di pace e di concordia. Invece lo scoperchiamento della pentola a pressione della guerra fredda, quando le due superpotenze erano pronte a scagliarsi missili atomici; la fine del lungo dopoguerra della paura reciproca hanno liberato un'aggressività impressionante. Il nostro vicino di casa ci è apparso un diverso, un essere odioso, un nemico temibile [...] Resta, ogni giorno, il problema della paura che tutto ciò che è ignoto induce in noi, da sempre, e ci spinge a considerare quello che non conosciamo come ostile e nemico (pp. 7-8).

Si dipana, così, un dialogo tra Aime, Severino e Ferrero sul senso del diverso – inteso in molti modi: l'immigrato, lo straniero, il musulmano... – e sulla paura che si genera in noi. Dice Aime:

Addossare le colpe a qualcuno che è esterno rende i “noi” automaticamente buoni e i “loro”, per usare una dicotomia oggi in voga, automaticamente cattivi, maligni e minacciosi. Da un lato, ciò può avere anche la funzione di creare una coesione all'interno della società, dall'altro genera una produzione continua di alterità. Viene alla mente la poesia di Konstantinos Kavafis “Aspettando i barbari” (1908), che definisce i barbari come una necessità: quando poi non arrivano non si sa più come fare. E adesso, senza barbari, che cosa sarà di noi? “Erano una soluzione, quella gente”, scrive Kavafis. Serviva l'altro (pp. 9-10)

E ancora, citando Ralph Linton, antropologo statunitense che chiedeva ai suoi alunni di soffermarsi a pensare su quanto fosse americano quello che facevano, Aime riporta il seguente apologo:

Hai sollevato il lenzuolo tessuto in cotone, fibra scoperta per la prima volta in India nel VI secolo a.C., poi ti sei infilato le ciabatte, calzature degli indiani algonchini, poi ha fatto colazione in una scodella di ceramica, realizzata con un processo inventato in Cina, in cui ha messo del caffè che arriva dall'Abissinia o del tè che arriva dalla Cina o del cacao che arriva dal Sud America. Poi sei uscito, hai comprato un giornale stampato su carta, processo inventato in Cina, stampato con caratteri mobili, processo inventato in Europa, e l'hai pagato con una moneta, invenzione della Numidia, e a seconda delle notizie ha ringraziato o bestemmiato una divinità mediorientale di averti fatto nascere americano (pp. 29-30)

Potremmo concludere il passo qui sopra con “di averti fatto nascere italiano”.

Testo da leggere per lubrificare il cervello con olio buono.

Marco Aime ed Emanuele Severino
Il diverso come icona del male
Introduzione di Ernesto Ferrero
Bollati Boringhieri, 2009
pp. 53, euro 8,00

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