Speciale Isabella Santacroce

In collaborazione con musicaos.it, Booksblog pubblica un'ottima analisi di Stefano Donno, giornalista, critico letterario ed direttore editoriale della Pensa editore, sulla scrittura di Isabella Santacroce. Tre puntate che vi accompagneranno nelle prossime settimane. Non perdetele.



La verità vi prego su Isabella Santacroce!

(Ortoprassi del nichilismo in Destroy, Luminal e Revolver)




a cura di Stefano Donno (musicaos.it)




santacroceE’ già accaduto in poesia nel 1976 con Il Pubblico della Poesia, per i tipi di Lerici ( Eros Alesi, Giuseppe Conte, Maurizio Cucchi, Cesare Viviani, Valentino Zeichen), poi nel 1979 con La Parola Innamorata a cura di Antonio Porta per i tipi di Feltrinelli nel 1979, e ancora nel 1983 con l’Io che brucia sempre per Lerici dove troviamo nomi come Valerio Magrelli oppure nel 1989 Poesia della contraddizione/L’Avanguardia dei nostri anni/ 43 poeti per i tipi di Newton Compton. Giorgio Manacorda nel suo Per la Poesia, Manifesto del pensiero Emotivo, edito per Editori Riuniti nel 1993, racconta uno spaccato della produzione poetica tra la fine degli anni ’70 e la fine degli anni ’80, esponendo un rigoroso percorso critico, individuando voci, simmetrie e asimmetrie della parola poetica, polisemie del raccontare e fare Poesia, come scandaglio di esigenze individuali o collettive, volte a offrire uno spettro quanto più esaustivo possibile dei cambiamenti e delle necessità di far luce su quanto realmente è accaduto in quegli anni.


Nell’ambito della narrativa italiana, quella per intenderci più vicina ai nostri tempi, e per la precisione a partire dalla seconda metà degli anni ’90, sembra che ci sia stato un attacco frontale alla gestione del raccontare la quotidianità ai margini, quelli fittizi da nichilisti della porta accanto, dello spaesamento urbano, metropolitano, o meglio le licenze dell’andare oltre, di ragazzoni citrulli, e girls dal residuo bagaglio neuronale, gruppi di adolescenti ( lo si è sino a trent’anni ?!) neo radical chic della medio-alta borghesia che chiudono le loro seratine a base di sangue e merda : parliamo di Gioventù Cannibale a cura di Daniele Brolli per i tipi di Einaudi Stile Libero (1996), una raccolta di contributi in prosa di autori come Caredda, Nove, Ammaniti, Massaron, la cui vettorialità di senso si riduceva a ben poca cosa, pasto misero condito da elementari effetti la cui peculiarità rimaneva lo shock per lo shock. Un’operazione che comunque ha fatto scuola, anche se talvolta con risultati non sempre soddisfacenti, e non possiamo non fare riferimento ad altre esperienze similari come ad es. Joe Arden ( uno che ama i Ramones, Jim Thompson, Tim Barton e che odia il 70% della popolazione e ama il restante) nel 1997 per i tipi di Sperling e Kupfer, nella collana Serial, con il suo Tagli e Tatuaggi, del quale riportiamo un estratto: “ Sono rigida rigida rigida. La punta di un iceberg; un giro di basso di Jhonny Ramone; il tipo del Pavlov’s dopo la cura di piombo. Pronta al peggio. Non succede niente. Ma è questione di un attimo. Metallo contro metallo: le pastiglie dei dischi, a puttane. Puzza di fumo: cristo iddio, che non siano i miei anfibi. Idea di scintille. Il van che da mezzogiorno e mezzo segna di colpo le tre meno un quarto. Pioggia di confetti. Grandini di parole, confuse. Incomprensibili. Cranio sul volante. Crack accompagnato da fitta alla tempia. Pistola contro l’ombelico: altro dolore.” (pgg. 18, 19).


Ma come dopo una serie di esperimenti nel campo della bio-ingegneria letteraria, nella maggior parte riusciti male, ecco che sempre a partire dal 1996, dopo il mediocre Fluo, fa capo sul panorama dell’intellighenzia italiana, una scrittrice che darà tanto filo spinato da torcere: Isabella Santacroce. Nella prima edizione de “I Canguri” Feltrinelli, esce il suo Destroy, con tanto di manifesto programmatico-teorico sbattuto come un mostro in prima pagina, attraverso le parole di Ian Curtis, Billy Corgan, Friedrich Nietzsche:

1) Non so che cosa è giusto o sbagliato (l’anarchia vitalistica nel relativismo etico);

2) The World is a Vampire ( consapevolezza dell’esistenza triadica capitalistica produzione, consumazione, morte del soggetto all’interno della circolazione dei beni di consumo di massa);

3) Io sono il primo immoralista: con ciò sono il distruttore par excellence ( il nichilismo passivo come machine de guerre). E Destroy rappresenta la sintesi in vitro di una cronaca di una morte annunciata: quella del linguaggio che soggiace dolente o nolente all’assuefazione iperconsumistica (dai musicali Massive Attack, agli Smashing Pumpkins a Nick Cave, alle cartacee Tank Girl e Vampirella, alla schizofrenia allucinata semantica, alle immagini dei manga e dei comics americani, dei vestiti post-atomici in latex, alla trance indotta tramite superalcolici: in altre parole la storia di Misty, venticinquenne che lascia l’Adriatico per Londra, dove si guadagna da vivere seguendo la sua discesa agli inferi tra voyeurismo, fetish esibizionismo hard-core e assistenza domiciliare a masochisti schizzati e solitari.

Un'opera questa della Santacroce che vede l’autrice impegnata a giocare disinvoltamente coi fili dell’alta tensione, quella di una paranoia autodistruttiva, di chi si lascia scarnificare dal vortice della devastazione per la devastazione, usando spezzare i periodi in maniera sincopata, slangando l’inslangabile, e trasformando i dialoghi in monologhi da casa di cura manicomiale: “Amore, amore non sei in casa? Sono io amore, rispondi, lo so che ci sei farfallina mia! Cazzo Mary rispondi, porca troia non fare storie! Mary se non rispondi giuro che quando torno a casa ti ammazzo di botte … brutta stronza … cazzo ma che vuoi? Cosa vuoi dimostrare? Schifosa puttana, me la pagherai! Giuro che ti riempio di calci e ti ficco la testa nel water e ti sfiguro quella faccia di merda e ti sbatto giù dalla finestra troia di una troia … cazzo, rispondi …cazzoooooooo!”. (pag. 18).

Isabella Santacroce poi continua con la sua operazione chirurgica senza alcuna anestesia, sul corpo della letteratura partorendo Luminal per i tipi di Feltrinelli nella collana “I Canguri”. Non basta aver mandato in tilt il sistema nervoso centrale dei suoi lettori con le sue due precedenti produzioni, deve procurare (in primis attraverso l’insulto reiterato del tipo “Leccatemi bastardi non talentuosi lecatemi”) una frattura esposta lobo-parietale, facendo friggere i neuroni con un desiderio ostentato di ripetizione mantrica delle esperienze ontologiche dei protagonisti, attraverso questo REW (Rewind ) quasi su ogni pagina, perché il dolore si sublimi in autocompiacimento da eterno ritorno. Luminal è la storia di due amiche diciottenni, Demon e Davi, tossicomani del sesso off-limits, che usano vaginalmente la loro energia come un abissale Si’ alla vita., lungo irradiazioni esistenziali che attraversano come in un sogno città come Zurigo, Berlino, Amburgo.

Esposte al suo furore piano piano si accende. In diverso modo vedo. Il mattino dominare. Capovolte nuovamente d’isterico possedute noi siamo. Pesci rossi volteggianti fuori dell’acqua. Guardami con rabbia. Non riesco a respirare. Battendo palpebra mi incendio di solare abbaglio. Lascio fare mentre si alza in ore che da tempo addormentata ho conosciuto. Rallentando consapevolezze di un esserci a metà. Ho cercato il sonno. Affascinata dalla magia dell’assenza nelle costellazioni sono entrata come una stella. Con Davi accanto. Ho annusato odori di luna sopra. Il nostro brillare nel buio allontanava l’impotenza. Guardaci con rabbia. Capovolte nuovamente non riusciamo a respirare da raggi trafitte. Baciamo saliva. Mangiando Luminal eccediamo attenuando il violento eccediamo”. (pag.100).


Sia in Destroy che in Luminal pare che la Santacroce non riesca a rimarginare uno iato consistente tra la sua etero e introdiegesi narrativa. Il Dasein della o nella realtà tra le pagine di questa scrittrice, sembra trovare collocazione come un corpo estraneo in sé, non metabolizzabile, da espellere o attraverso la defecazione o la minzione. La realtà per la Santacroce va vissuta come in uno stato di ipnosi autoindotta, non perché ne venga percepita la bestialità, la crudezza, l’atrocità, ma più che altro perché non è controllabile il flusso degli eventi. Le scelte sono arbitrarie, non si può dare nessuna lezione di vita, è inutile, tutto accade perché deve accadere, anche la distruzione di se stessi.


Nel 2004 la Santacroce, pare spingersi un pò più oltre i confini dell’abbandonico autocompiacimento nichilistico, quasi a sentire come un obbligo il desiderio di osservare quello che accade intorno a sé, a volerci vedere chiaro, a diradare la cortina di fumo nero che avvelena i polmoni nella vita di ogni giorno. Non è una rivolta prometeica. La Santacroce non è in grado di proporre alternative perché sa che non ci sono rivoluzioni da fare, che forse le rivoluzioni non sono mai esistite, se non nell’accettazione della sconfitta e del lutto. Revolver per la collana Strade Blu di Mondadori è un capolavoro. Abbandonate talune farneticazioni meta-pop da mercato spettacolare, lo stile della Santacroce si fa meno paranoico, più fluido, di un’intensità delirante che non conosce più confini. Revolver è la storia di Angelica, ventottenne, che nel mezzo del cammin della sua vita, comincia un viaggio attraverso i gironi della solitudine (eccola che incolla occhi di plastica sulle bambole) mentre accudisce una zia affetta da paralisi e lavora in una fabbrica, che conosce il volto possessivo dell’amicizia nella sua relazione con Angelica, una che è pronta a darla al primo che capita, pronta a farsi sbattere come un ovetto dentro la ciotola.

Due solitudini che tentano il salto di paradigma nella stabilizzazione di una vita normale, ma che risulta insostenibile, ulcerante come l’acqua santa sul corpo di un indemoniato. Non c’è dolcezza che tenga, neanche l’anestetico della quotidianità di una vita a due, quella da pubblicità del Tegolino Mulino Bianco, perché il meccanismo perverso del male, dell’imprecazione, della richiesta d’ascolto puntualmente ignorata la fanno da padroni, in una vita veramente infernale: “Sei strana. Non lo sono. Sì lo sei. Perché dovrei esserlo. Perché lo sento. Da quando senti. Tu non senti. Sono stanca. Stanca di cosa. Di noi. Non mi avevi mai detto di esserlo. Non me l’avevi mai chiesto. Non mi chiedi mai niente. Perchè me lo hai chiesto oggi. Perchè stai male. Tu non stai bene. Io sto benissimo.No. Non è vero. Sei malata Angelica. Non sono malata. Siamo andati dal medico ricordi. Certo ricordo. Devo essere paziente. Chi lo ha detto. Lo psichiatra l'ha detto”.(pag.66).


Senza alcun timore di possibili fraintendimenti, occorrerà dire che per tutti coloro che hanno seguito la Santacroce, sicuramente non ci sarà stata alcuna eventulità di sottrarsi al fascino della capacità di quest'autrice di architettare nei suoi intrecci, universi dall'alta consistenza nichilistica, quella passiva, della distruzione per la distruzione, come sopra abbiamo più o meno accennato. Ed è un modo abbastanza collaudato questo di sfruttare i malumori della gente, i lettori in fondo pagano tutti indistintamente le bollette del telefono, della luce, del gas, vanno al lavoro, si godono le ferie meritate, hanno i loro alti e bassi, tentando quindi di far vivere loro situazioni estreme che distraggono o perversamente inducono un senso di sollievo rispetto alle situazioni descritte nelle pagine di questa scrittrice, facendo sentire tutti un pò più fortunati, per non parlare del solletichìo indotto tra tutti gli adolescenti, ai quali viene indicata una via alternativa (o meno poco importa) alla normalizzazione, alla stabilizzazione emotiva, alle sollecitazioni ospedalizzanti che la società attorno utilizzerebbe per il Controllo di Massa ( pensando a Foucault). Il che talvolta potrebbe anche risultare positivo.


Il vecchio gioco del frutto proibito! Ma al di là di queste cialtronesche delucidazioni pseudo-psicanalitiche da salotto, la Santacroce è riuscita a mantenere nel corso della sua esistenza editoriale uno stile che si è mantenuto nel tempo, una capacità di rendere, con spessore forse un pò pop o metapop, a tinte ben marcate, i profili dei protagonisti delle sue opere, studiando la modalità espressiva delle patologie perfino nella strutturazione dei dialoghi, a trattenere nel bene e nel male saldo il rapporto con gli oggetti del mercato, non solo procedendo ad una loro semplice elencazione, ma addirittura sfociando nella mistica del consumo, e nella bioingegneria capitalistica.

Di una cosa però siamo certi ... Potrete non provare simpatia per un'autrice di questo tipo, odiare quello che scrive o come lo scrive, potrete cercare di mettere all'indice i suoi libri, ma non dovrete fare a meno di acquistare e leggere le sue opere, dal momento che uno spazio nella vostra biblioteca, per Lei, occorrerà per forza trovarlo!

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