Omaggio a Pasolini

Da Petrolio - Appunto 102 a - L'Epochè - Storia di un volo cosmico





«Avete mai sognato di volare nel cosmo, e guardare in giù dall’altezza della Luna o di Marte? – cominciò con una certa aggressività il quarto narratore: e facendo lampeggiare una luce ironica nell’occhio sbarrato, continuò – Io sì. L’ho sognato. L’impressione che ne ho avuto è rimasta in me viva e perfetta. E come se avessi veramente volato nel cosmo.

Voi vi chiederete se, con questo esordio, io non stia per caso incominciando un racconto fantascientifico. Ebbene no. Non lo farei mai. Penso che sia impossibile per un narratore fondarsi su esperienze non avvenute realmente. Ciò che mi accingo a raccontare riguarda il presente. Si tratta di un racconto leggerino e un po’ sciocco, questo si. Ma il nostro narrare, qui, o è pazzerello o non è. Inoltre altro io non potrei essere, per mia natura, che manieristico. Dunque il mio racconto si fonda su un’esperienza fatta in sogno. Se non avessi sognato di fare un volo cosmico, mai mi sarebbe venuto in mente di farvi, appunto, questo racconto che ne parla. Quanto al resto è anch’esso tutto fondato su esperienze reali, come vedrete. Ma ve lo racconterò civettando (e il perché, ancora, lo capirete alla fine). Rientra nella mia civetteria narrativa di anonimo, inventare di sana pianta i nomi dei personaggi. In tal caso un po’ di umorismo – o, diciamolo pure, spirito di patate – non guasta: esso rientra nel grande sistema dello straniamento. Basta. La mia storia comincia all’interno di una nave spaziale. Vista dalla superficie della Terra, tale nave spaziale potrebbe essere presa per un disco volante. Ma la sua forma non è circolare: bensì sferica. Ed è perché essa gira vertiginosamente, a una velocità che solo i matematici possiedono la terminologia a esprimere, non certamente io – che, vista da lontano, tale sfera appare schiacciata come un disco. Dentro la sfera che vortica a tale velocità, per cosi dire, soprannaturale, c’è un’altra sfera, di qualche millimetro più piccola. Questa sfera è perfettamente immobile: sospesa nell’interno della sfera esterna che vortica, muovendosi vertiginosamente per gli spazi del cosmo. La nave è partita da pochi istanti da xxx xxx e si trova già a qualche centinaio di chilometri dalla superficie terrestre. Esattamente l’altezza da cui io ho guardato la terra nel mio sogno. Ora, la velocità della sfera esterna è tale che praticamente essa pare volatilizzarsi e diviene trasparente: così che dagli oblò della sfera interna – immobile – si può guardare comodamente fuori. La Terra è là sotto. In fondo alla tenebra del cosmo: tinto di un indaco celestiale. Si vede la sua forma ben nota: la massa della Francia, le due penisole, quella della Spagna e quella dell’Italia, con la sua disarmante forma di stivale ecc. Ma tutto, visto materialmente, in un volo vero, a quella distanza più che vertiginosa, terrificante, appare emozionante e misterioso. Ben presto la Terra scompare, e non resta che il vuoto profondo, senza vita. Anche questo io l’ho sognato, l’ho perfettamente vissuto nel sogno.

Coloro che dall’oblò inferiore – quasi ai loro piedi, osservavano scomparire la Terra, erano due uomini molto sani sui quarant’anni. Uno si chiamava Klaus Patera e l’altro xxx xxx. Essi guardavano insieme, nella stessa posizione, con la stessa espressione negli occhi. Non erano però gli unici componenti dell’equipaggio. Anzi, per la verità non facevano parte dell’equipaggio: essi erano due osservatori, esattamente come me, nel momento in cui avevo sognato lo stesso evento. Solo che essi erano due osservatori ufficiali. La sfera interna misurava circa dieci metri di diametro. Era dunque grande quasi come un salone. Dentro tale ‘sfera dentro la sfera’ era sistemato a sua volta un enorme cubo di vetro, che appoggiava i quattro spigoli contro la parete interna della sfera e vi era dunque saldamente contenuto. Era precisamente dentro il cubo che si trovavano i due ‘osservatori ufficiali’: come del resto anche il vero e proprio equipaggio (formato da una mezza dozzina di tecnici). Naturalmente il cubo era diviso in vari riquadri, e ognuno di essi era una specie di piccola stanza o cella. I tecnici erano sparsi in queste piccole celle trasparenti, in un raccoglimento monacale. Ognuno aveva il suo compito, a cui attendeva silenziosamente ispirato. Gli unici due che non facevano niente, se non osservare, appunto, erano i due osservatori ufficiali.

Vi darò a questo punto una semplice serie di informazioni. E – per delle buone ragioni che capirete alla fine – il più possibile oggettive e inespressive.

Quella nave spaziale, cosi diversa dalle navi spaziali che siamo stati abituati a vedere in questi ultimi anni, non era di produzione pubblica, ma di produzione privata. Il gigantesco sforzo tecnologico, implicante il contemporaneo lavoro quasi in ‘équipe’ di alcune centinaia di migliaia di persone e di alcune dozzine di industrie, non era stato sostenuto dallo Stato. Esso era stato sostenuto da una grande Società: come potrebbe essere la Itt, per esempio – e nomino la Itt pour cause. La cosa non era stata resa nota: ma fin dai primi anni in cui lo Stato si era monopolizzato la costruzione di navi spaziali, molte società private avevano protestato, chiedendo che fosse loro concesso il diritto allo ‘spazio cosmico’. E poiché la richiesta era perfettamente democratica, tale ‘diritto’ era stato concesso. Cosi non si può impedire a nessuno di costruire automobili, aeroplani o navi, oppure di fondare un giornale o impiantare una trasmittente televisiva. L’opinione pubblica, ripeto, fu tenuta all’oscuro. Del resto si pensava che la concessione del ‘diritto allo spazio cosmico’ non avrebbe potuto essere che platonica. Invece non fu così, anche se – come del resto vedremo – ci sono le solite buone ragioni per credere che la Società privata che aveva costruito la nostra nave spaziale non fosse del tutto estranea allo Stato (allo stesso modo in cui – per riprendere il nostro esempio – lo Stato non aveva potuto essere estraneo alla Itt, quando due o tre anni prima questa società aveva organizzato i massacri fascisti nel Cile). Comunque questo è certo: quel prodigio tecnico che era la nave spaziale che stava ora navigando negli spazi cosmici, era contemporaneamente dominato da due forze, o due poteri. Era una nave ambigua, anfibologica. In essa viveva una dicotomia drammatica. L’urto fra gli interessi opposti dei due poteri che avevano presieduto al progetto e alla costruzione, non era meno violento per essere latente. Che questi due poteri fossero costituiti dallo Stato da una parte, e dalla Società privata dall’altra; oppure da due Società private concorrenti; oppure da due diversi gruppi azionisti della stessa Società, in una lotta all’ultimo sangue per il potere; oppure infine da un potere d’ordine, nazionale, contro un potere sovversivo, straniero – io non lo so. O almeno per ora preferisco dire di non saperlo, facendo cosi alla fine di voi dei miei collaboratori.

Un’osservazione, prima di passare alle altre informazioni (osservazione dovuta all’ottimismo – un po’ manieristico, ripeto – di chi racconta . Le spie sono sempre piuttosto ridicole: non solo nella finzione, ma anche nella realtà. Quando in un giornale si legge che è stata arrestata una spia vera, e se ne vede la fotografia, si è presi generalmente da un’intima e irresistibile ilarità. La spia è comica. Probabilmente perché è costretta a recitare. Essa deve recitare, mettiamo, la parte di un baronetto o di un maggiore dell’esercito britannico. Ma un baronetto o un maggiore dell’esercito britannico – che di per sé sono già abbastanza comici – lo divengono in modo irresistibile se sono finti.

Nella sua recitazione, la spia infatti non può inventare, perché deve imitare. Essa quindi non può che essere esageratamente la figura (perfettamente conformista, perbene e solo magari un po’ originale) che essa finge di essere. La comicità poi è ancora più forte e scoperta quando la spia viene alla fine smascherata. I bambini che non sanno ancora parlare fanno le prime vere risate quando qualcuno si nasconde e poi si scopre. L’agnizione è il paradigma primo di ogni ilarità.
Ma proseguiamo con le informazioni. Le due forze o potenze che costituiscono il dualismo della nostra nave spaziale, sono, come abbiamo visto, in lotta. Quella che vincerà (cioè diventerà l’assoluta padrona della nave spaziale e di tutto ciò che attraverso tale nave spaziale può essere ottenuto) diventerà anche praticamente padrona dello Stato. Infatti, secondo i calcoli fatti dagli esperti, essa verrebbe oggettivamente a superare di molto la disponibilità finanziaria dello Stato. Il quale dunque cadrebbe automaticamente nelle sue mani. In ogni caso, si tratterebbe della presa di potere di una parte sul tutto. Secondo i casi che vi ho sopra prospettato, dunque avremmo: primo, una Società privata si impadronirebbe dello Stato (probabilmente con la fondamentale connivenza dello Stato); una Società privata liquiderebbe una Società privata e poi si impadronirebbe dello Stato; il proprietario di una parte della Società liquiderebbe il proprietario dell’altra parte, e poi si impadronirebbe dello Stato; il partito appoggiato dal partito analogo già al potere in un altro Stato, si impadronirebbe del potere nel proprio Stato.
Klaus Patera e Misha Pila erano due spie (e questa è l’ultima vera e propria ‘nuda informazione’ che vi do). Il senso di comicità che già vi sta invadendo è perfettamente giustificato. I due, infatti, recitavano la parte di due italo-americani. E lo facevano con tale impegno che mai due italo-americani furono più italo-americani di loro. Vitamine e proteine avevano cancellato i caratteri razziali più evidenti (quelli dovuti alla fame, alla buffoneria, allo stato d’animo tipico della mendicità e del bisogno) ma avevano lasciato intatti i tratti essenziali: nerume d’occhi e sopraccigli, camusità di nasi, turgidezza di bocche, pinguedine e xxx di corporatura, [galleggiavano] come indistruttibili fossili su fisionomie amorfe e monche di americani medi.

Ora il caso aveva voluto che questi due personaggi fossero lanciati nello spazio e si trovassero in mezzo al cosmo: cosa che non poteva che aumentare, automaticamente, la loro comicità, isolandoli, come li isolava, l’uno di fronte all’altro, e, tutti e due, di fronte all’universo (1).

Ma non basta. Vi ho detto, su un piano puramente referenziale, che Klaus Patera e Misha Pila erano due spie. L’uno spia del potere che, per comodità, chiamerò «Urina», e l’altro spia del potere che chiamerò «Feci».

Ed eccoci al punto: Klaus Patera, spia del potere «Urina» sapeva che Misha Pila era spia del potere «Feci». Però anche Misha Pila, spia del potere «Feci», sapeva che Klaus Patera era spia del potere «Urina».

Non solo: ma Klaus Patera, spia del potere «Urina» faceva il doppio gioco: era cioè anche spia del potere «Feci».

E ugualmente Misha Pila, spia del potere «Feci», faceva anche lui il doppio gioco: era cioè anch’esso spia del potere «Urina».

Ora Klaus Patera, che faceva il doppio gioco, in quanto spia sia del potere «Urina» che del potere «Feci», sapeva che anche Misha Pila faceva il doppio gioco, in quanto lui stesso spia sia del potere «Urina» che del potere «Feci»: [mentre] Misha Pila no: non sapeva, che Klaus Patera facesse il doppio gioco: lo sospettava soltanto.

In uno specchietto o in un grafico disegnato da un semiologo di formazione pragmatistica o addirittura behavioristica – specchietto o grafico perfetto in tutto per tipicità e assoluta simmetria – l’incertezza di Misha Pila avrebbe costituito, per così dire, una Semincognita. La quale, assai più drammaticamente che una vera e propria Incognita, avrebbe reso irriducibile a ogni schema anche di ambiguità, l’ambiguità [costituita] dal dualismo di progetto e di potere vissuto dalla nostra nave spaziale nelle persone di Klaus Patera e Misha Pila. L’abisso dei cieli si spalancava ai piedi di questi due. Non è vero che lo spazio sia buio. Certo, in esso non c’è alcuna vera e propria luce o chiarore. Ma tuttavia ‘ciò’ che si sprofonda sotto i piedi e si spalanca sopra la testa, attraverso gli oblò – cioè l’infinito – ha un suo colore, che emana da se stesso. Il gelo e il silenzio, ma anche la solennità, formano quello speciale indaco di baratri cosmici, che, agli estremi lembi a cui può giungere lo sguardo, sfuma in un chiarore – se così si può chiamare – celestiale. Tutto questo lo so, perché l’ho visto in un sogno rivelatore. Sia guardando verso l’alto che guardando verso il basso, si provano delle [speciali] vertigini, che afferrando alle viscere e allo stomaco e facendo quasi perdere i sensi, mostrano chiaramente la loro intollerabilità. Un povero corpo umano non è fatto per tollerarle: e, sentendo che, rovesciato dalle vertigini, è sul punto, per cosi dire, di vomitare [rigettare] se stesso, capisce che è venuta l’ora in cui gli sta ammiccando, con un sorriso terrificante rivolto proprio a lui, il nulla a cui è nato. Tuttavia non solo si tollerano le vertigini, ma addirittura il terrore che ne deriva ha qualcosa di dolce ed esaltante, come qualche avvenimento dell’infanzia. In quel mio sogno rivelatore ho capito, una volta per sempre, che non è il mare la nostra vera origine, cioè [l’originario] ventre materno (a cui, con tutte le nostre forze tendiamo a ritornare): la nostra vera origine è lo spazio. È lì che siamo veramente nati: nella sfera del cosmo. Nel mare siamo forse nati una seconda volta. E dunque l’attrazione del mare è profonda, ma quella dello spazio celeste lo è infinitamente di più (2).

Il pianeta verso cui era lanciata l’[anfibologica] nave spaziale con Klaus Patera e Misha Pila era stato scoperto recentemente. Con riferimento a una casuale citazione di San Paolo, fatta nella Storia Lausiaca (che lo scopritore stava leggendo per caso in quei giorni) il nuovo pianeta era stato chiamato «Ta kai ta», o, ormai, nella convenzione subito formatasi, Takaità. (La frase di San Paolo, che, guarda caso, si riferiva ai Cieli, nella citazione lausiaca, suonava: "Autòs gar èleghe Paulos: 'O gar karpòs tou pneúmatós esti' tà kài tà...").

Il nuovo pianeta era estremamente lontano. Il viaggio della nave spaziale doveva durare esattamente tre anni, tre mesi e tre giorni. Dunque Klaus Patera e Misha Pila avevano molto tempo davanti a sé per osservare e soprattutto per osservarsi; secondo lo schema di quello specchietto di un semiologo behaviorista, che, ahimè, sarebbe stato così meravigliosamente perfetto se non ci fosse stata una malaugurata Semincognita dovuta all’incertezza di Misha.
Nessuno comunque – sia detto per ottimismo enfatico, anche se pudico – né degli uomini dell’equipaggio né dei due protagonisti, malgrado il prevalere dei gravi incarichi assegnati loro dalla società e da cui erano virilmente compresi – poteva sottrarsi alla gioia di quel tuffo nel cosmo: di quel ritorno dentro gli spazi da cui tutto era provenuto, [in forma inorganica]. Gioia, ripeto, gioia, sia pur terrificante.

I tre anni, tre mesi e tre giorni passarono. La nave spaziale rallentò la sua soprannaturale velocità, ed entrò nella stratosfera di ‘Takaità’. Riapparve la luce. Una luce che veniva su come da un imbuto fumigante: agghiacciata e cinerea, con lontane chiazze blu che parevano buchi su un altro cielo, estivo e marino, e [striscioni] o fumoni giallastri, ristagnanti a migliaia e migliaia di chilometri di distanza, probabilmente intorno al pianeta. Ed ecco infatti apparire la palla di Takaità, illuminata a metà dal suo Sole (non eravamo naturalmente più nel sistema solare). Entusiasmante, famigliare palla! Si avvicinava vertiginosamente, ché la velocità della nave era sempre vertiginosa. Ecco disegnarsi mari e continenti limacciosi, magmatici, con schiumose luci contemporaneamente piatte e radenti (dall’altezza della nave infatti con un solo sguardo si vedeva, sulla palla, l’ora dell’alba, l’ora del mezzogiorno e l’ora del tramonto). Rapidamente la nave fu proprio sopra il pianeta, alla distanza di un comune satellite televisivo: alla distanza cioè in cui il disegno dei mari e delle terre si fa percepibile. E fu a questo punto che si presentò l’inimmaginabile.

Mentre la nave si avvicinava alla crosta terrestre di Takaità, Takaità naturalmente girava: dal giorno passava alla notte. Ed è per questo che ciò che apparve agli occhi degli astronauti e dei due osservatori, oltre che essere inimmaginabile, fu anche cosi rapido da sembrare un sogno e lasciare così seri dubbi sulla sua realtà: da sospendere, insomma, su di sé il senso.

In cosa consistette tanta sorpresa, stupefacente fino a dare l’incredulità che danno i rapidi sogni? Consistette, semplicemente – sia pur nella luce anomala e folle filtrata da altri strati dell’atmosfera – nell’apparizione sulla crosta terrestre di Takaità, di forme che ricordavano con una fedeltà da essere in sostanza identità, le forme della crosta terrestre del nostro globo. Ecco la tozza forma della Francia, ecco sotto la non meno tozza forma della penisola iberica e la forma ‘a stivale’ dell’Italia. Un’identità, ripeto, perfetta. Subito tutto fu però ingoiato dal buio: e la fulminea apparizione – così accesa – parve, nel buio, uno spettrale miraggio.

La nave [nel buio] atterrò. E ricominciò – dopo più di tre anni – per i suoi xxx la convenzione del tempo reale. La notte era notte e solo notte. Ed era una notte che regolarmente durava, compresi i crepuscoli, una dozzina di ore. L’oscurità era profonda.

Takaità non aveva luna, o se per caso ce l’aveva, quella era una notte senza luna.

Le operazioni per lo sbarco dalla nave erano lunghe. Avrebbero dovuto durare circa quanto sarebbe durata la notte. Non c’è niente di più commovente dello stupore dei tecnici: e non c’è niente di più eroico della loro stupidità e del loro senso del dovere. Benché ingenuamente stupiti, essi si diedero da fare a espletare con la massima serietà il loro compito. Non si poteva dire che la notte fosse infine del tutto passata quando l’equipaggio poté uscire dalla nave. Intorno era ancora buio: si intravedevano appena, intorno, delle masse immobili, forse alberi o rocce: solo a oriente il cielo si era trasformato in un enorme, vertiginoso lastrone di cristallo, attraverso cui una luce, ancora bassa cominciava a trasparire, trasformando il suo indaco profondo in un blu inchiostro senza una sfumatura, ma già quasi acceso.

I cosmonauti uscirono, e, come del resto gli esperti avevano previsto, non ci fu bisogno né di uno scafandro pesante pieno di zavorra per camminare, né della maschera e delle bombole di ossigeno per respirare. Si camminava e si respirava liberamente, come nella nostra Terra. L’equipaggio poté dunque uscire dalla nave in tuta e a testa scoperta. Appena fuori dalla nave, un’altra cosa stupefacente colmò di stupore gli astronauti e li immobilizzò in una silenziosa e allarmata attenzione: lontano, nel profondo dell’oscurità, era echeggiato il gorgheggio di un usignolo. Ma probabilmente esso – se era veramente il gorgheggio di un usignolo – era l’ultimo della notte. Non se ne poté udire che un’estrema frase interrogativa, poco più che un’eco. Anch’esso dunque scomparve troppo presto per parere vero e per non dare l’impressione di essere l’inganno di un sogno. La notte intorno era tiepida, estiva. C’era però, insieme, quel brivido di fresco che precede l’alba: infatti i piedi erano umidi di rugiada. Come il cielo, a oriente, da una semplice, sterminata lastra blu-inchiostro appena schiarito, cominciò a screziarsi in una infinita serie di preziose sfumature tra cui cominciava già a prevalere una striscia, quasi dura, d’un rosa cinabro – altri rumori misteriosi, come [fiati, sospiri], cominciarono a farsi sentire nell’oscurità. Finché di colpo, questa volta senza possibilità di equivoci, cominciarono a trillare delle allodole. Quasi altrettanto improvvisamente, l’aria fu luminosa. La luce era lì, già pronta, una luce triste e perlacea, ancora fredda. Ma essa rivelò tutto, senza [possibilità di smentite], in una grigia fatalità.»




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(1) “... siamo come due esseri astratti su un aerostato che si siano incontrati per dirsi la verità” (Dostoevskij, I Demoni).
(2) Forse a questo si riferivano le religioni, col culto dell’Ascensione. Quanto all’attrazione del mare, cfr. Specialmente Thalassa di Sándor Ferenczi, considerato, a quanto pare, da Freud “la più ardita applicazione della psicanalisi che si sia mai tentata”.





Da Pier Paolo Pasolini, Petrolio, Einaudi, Torino 1992, pp. 436-43

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