Sui tempi di Facebook: conversazione con Mattia Carzaniga

l'amore ai tempi di facebook Nelle ultime settimane il fenomeno Facebook, amato e odiato da milioni di italiani, ha cominciato la sua espansione mediatica e si è infiltrata nel mondo letterario. Se da una parte il fenomeno può spaventare, dall'altro è evidente che qualcosa offre, qualcosa di molto prezioso vista la quantità di persone che ha saputo coinvolgere in un solo anno. Insomma Facebook si configura sempre di più come un fenomeno da tenere d'occhio, tra invasione della privacy e comunicazione politica, infatti il più grande social network di sempre trova sempre il modo di far discutere.
Ne abbiamo brevemente discusso con Mattia Carzaniga, uno degli autori di "L'amore ai tempi di Facebook", un ludopamphlet monografico dedicato, da due Facebookers, al mondo virtuale (o no) di FB...

Nelle ultime due settimane sono usciti tre libri che hanno come baricentro Facebook (L'amore ai tempi di Facebook, Lovebook e Facebook. Tutti nel vortice). L'editoria ha trovato un'altra gallina dalle uova d'oro? Non c'è pericolo di sovraffollamento?
«Facebook è un po’ la cosa di cui tutti parlano, perciò è ovvio che la tentazione all’instant book sia molto forte. Il nostro libro si differenzia dagli altri perché non vuole essere né una guida tecnica né un romanzo, tantomeno un pamphlet serioso. È un saggio divertente e divertito, che si muove tra costume e (auto)ironia, ma che vuole anche essere l’occasione di parlare di come e quanto è cambiato il modo di relazionarsi agli altri nell’epoca del web. È una lettura che possono fare facebooker e non: si parla del nostro tempo, prima ancora che di FB, che va inteso in senso lato, come pretesto. Al pari dell’amore, ovviamente»

A livello di impatto nella vita pubblica e privata, Facebook ha superato di molto tutti i network sociali in circolazione, come mai? Cosa offre in più degli altri?

«FB è probabilmente il miglior surrogato di realtà che ci sia in circolazione in rete. Intanto perché chi si iscrive si presenta con nome e cognome veri, i nickname sono molto rari. E poi perché raccoglie e “sintetizza” un po’ tutte le esperienze che si possono fare on line: c’è la posta privata, che vale come l’e-mail, e la chat; le note postate a mo’ di blog (e anche la funzione del “commento” è rubata ai blog) e la “bacheca” pubblica, quasi un’evoluzione degli sms. E poi c’è la “news feed”, l’home page che fa l’effetto di una grande piazza virtuale in cui si incrociano i destini, e dove a volte li si può condizionare, gettando ami a cui chi vuole potrà abboccare».

mattia carzaniga


La Facebook mania occupa ormai una fetta consistente della vita di un utente medio del network, tra quanto credi che si inizierà a parlare di dipendenza e disintossicazione da Facebook?

«Gli addicted esistono già, così come già si può parlare di riflusso, anche se in Italia il “fenomeno FB” si è imposto massicciamente solo l’anno scorso. FB è il luogo dove si raccolgono narcisismi, esibizionismi, insicurezze, ma anche un’occasione di “fare rete” sempre più interessante. Se lo si utilizza con consapevolezza, non si diventa né fanatici né si è presi dall’ansia di “smettere”: diciamo che FB non nuoce gravemente alla salute, o almeno non dovrebbe. Anche perché un incremento tale, anche da noi (più o meno 500mila utenti a inizio 2008 contro i quasi 6 milioni di fine anno) dimostra che anche se domani FB dovesse non essere più così popolare, ormai l’orizzonte dei social network è una realtà sempre più significativa, anche in Italia».

Uno degli effetti più invadenti di Facebook è il ripristino dei contatti con ex compagni di scuola o ex-conoscenti con cui magari per 15-20 anni non c'era mai stato alcun rapporto. hai mai rifiutato una richiesta di amicizia dicendo "se non ci vediamo da 15 anni ci sarà pure un motivo!"?
«Difficilmente rifiuto le richieste d’amicizia, tanto più se arrivano da persone che ho conosciuto, anche se l’ultima volta che ci siamo frequentati avevamo 11 anni e giocavamo a Sim City, per dire. Ma l’idea del “su FB trovi tutti i tuoi compagni di scuola” resta una delle motivazioni più forti addotte da parte di chi si iscrive, ed è proprio quello su cui scherziamo nel libro. Forse però è il segno che il bisogno di partire dal virtuale per riconoscersi nella realtà è molto forte, che FB sia molto spesso inteso (seppur inconsapevolmente) come possibilità di scrivere una grande “autobiografia collettiva”»

Ormai sta diventando familiare uno strano fenomeno, persone che sono amiche su Facebook ma che per strada o in università o a lavoro non si salutano nemmeno. non credi che sia un po' aberrante?

«Noi che viviamo a Milano, una città sempre più antisociale, sappiamo che questo succede spesso anche tra chi si conosce nella vita “vera”. Ovvio che su FB i rapporti sono più facili, ci si può schermare di più. Se vale per i saluti, figuriamoci per le occasioni sentimentali: il liceale che una volta aspettava giorni prima di mandare il famigerato bigliettino alla compagna di banco che gli piaceva, su FB può “provarci” con molta più disinvoltura, perché on line anche gli eventuali due di picche fanno meno male. Ma non credo che il destino dei social network sia creare amici virtuali che non si salutano per strada: anche qui sta al carattere del singolo utente, che sarà lo stesso sia nella realtà che in rete».

L'ipotesi che Facebook non sia altro che una geniale operazione di polizia telematica per schedare la maggior parte della popolazione ti sembra la trama di un libro di fantascienza o un'ipotesi realistica?

«La possibilità di indagine, di detection offerta da FB è uno degli elementi che hanno contribuito alla fortuna di questa piattaforma, anche in termini privati: su FB puoi raccogliere pezzi di vita, mettere insieme le storie, controllare “le vite degli altri”, per citare un famoso film. Inevitabile dunque che si pensi a un utilizzo anche pubblico di questo infinito database, che ciò avvenga da parte della polizia telematica o delle aziende, che in un posto come FB possono trovare il più grande parco di risorse umane del mondo. Personalmente, credo poco alle derive “spionistiche” dei social network. Anzi, penso che siano al momento uno dei luoghi più democratici del mondo: sei sempre tu a decidere quanto – perdonate il gioco di parole – privarti della privacy, quali dati di te segnalare, cosa lasciare di “indelebile”, per usare le parole del garante della Privacy, nel social network»

Stavo pensando di creare un gruppo di suicidio collettivo su Facebook, aderiresti?

«Certo! Negli ultimi cinque minuti sono diventato fan del Kit Kat e sostenitore della causa per la legalizzazione delle droghe leggere, mi sembra che il suicidio collettivo ci stia benissimo! Scherzi a parte, qualunque gruppo può attecchire con facilità su FB. Certo, il gruppo del suicidio collettivo può esistere solo se preso con ironia: il Male è debitamente tenuto lontano da qui, la “faccia cattiva” (da prendersi alla lettera) di FB ancora non si è vista…»

Come avete fatto a coinvolgere Walter Veltroni nella vostra iniziativa? Credi che Facebook possa essere uno strumento utile per la comunicazione politica? Non credi che l'ex segretario del PD avrebbe dovuto avere altro a cui pensare negli ultimi mesi piuttosto che a Facebook?
«Abbiamo chiesto a Walter Veltroni il suo contributo il 13 dicembre scorso, durante l’incontro promosso dall’allora segretario del PD con i suoi “amici” virtuali. Veltroni è uno dei pochi in Italia ad aver compreso le potenzialità della rete anche in termini di comunicazione politica. Che non vuol dire necessariamente “stare su FB”, ma rendersi conto che una sempre più grossa fetta di popolazione (e dunque di potenziale elettorato) ormai passa on line gran parte della sua vita: lavora su Internet, si informa su Internet, comunica su Internet. Il rapporto tra politica e rete è un tema che la nostra stampa tratta sempre come fenomeno di “colore”. In realtà è un’occasione reale di politica peer-to-peer: al di là delle mode, senza il contributo della rete oggi gli Stati Uniti non avrebbero Obama presidente»

La realtà va in pezzi e noi sempre più spesso cerchiamo rifugio in un'arca telematica costruita sulla finzione e sull'apparenza, che fine faremo continuando di questo passo?
«Non credo che FB sia una realtà costruita sulla finzione e le apparenze. In rete non si indossano più maschere che nella vita reale, anzi a volte si è più sinceri proprio perché ci si sente più schermati e protetti. Trovo invece che oggi sia più irrealistico pensare che il virtuale sia un altro mondo rispetto alla realtà: il virtuale è parte del reale, ogni giorno di più. Poi è ovvio che la condivisione on line (dei rapporti, delle buone cause, dell’impegno, della partecipazione, dei vari fundraising) non deve restare in rete ma avere una ricaduta nella vita reale».

Quanto tempo passi su facebook?
«Dipende dai giorni. Ci sono le volte in cui butti un occhio, ti aggiorni e te vai, altre in cui sei portato a fare il fannullone per ore, con buona pace del ministro Brunetta».

Quanti amici hai?
«850. Arrivo a 1000 e poi giuro che smetto!».

Foto | Facebook

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