Intervista a Elvira Mujcic, autrice del libro E se Fuad avesse avuto la dinamite?

Foto scrittrice

Elvira Mujcic è una giovane scrittrice bosniaca, residente in Italia da circa quindici anni. Avevo già parlato del suo primo lavoro letterario Al di là del caos.

Ora l'autrice sforna il suo secondo libro, E se Fuad avesse avuto la dinamite? edito da Infinito Edizioni. La storia è quella di Zlatan, un ragazzo fuggito dall'assedio della Bosnia nel 1995, che, dopo anni in Italia, ormai trentenne, torna a interrogarsi sulle contraddizioni e le incomprensioni della sua gente. L'occasione gli viene offerta durante una visita ai parenti in un piccolo paese vicino a Višegrad.

In particolare, l'incontro con lo zio, che aveva sempre reputato un fanatico nazionalista, gli rivela una faccia della storia da lui rimossa e dimenticata. La prima presentazione ci sarà a Roma venerdì 27 febbraio alle ore 20.30 presso il Four Green Fields in via Costantino Morin n. 38. Abbiamo intervistato l'autrice per i lettori di Booksblog.

Com'è stato immedesimarsi in un personaggio maschile? Quanto di te c'è in Zlatan e quanto hai preso in prestito dalle persone che hai conosciuto?
Avendo deciso di scrivere in prima persona e di essere un uomo, è stato difficile riuscire a capire ed esprimere la mentalità maschile, senza ridurla ad una serie di stereotipi, ma cercando di far avere a Zlatan una sua profondità. Molte delle cose raccontate sono accadute a me, problemi riguardanti lo status di extracomunitario piuttosto che quelli relazionali, sono parte della mia vita, che ho deciso di attribuire a lui. Per quanto riguarda invece la vita "bosniaca" di Zlatan, la sua fuga da Sarajevo, il suo viaggio nella clandestinità, tutto questo proviene dai racconti dei miei amici bosniaci.

Nel libro si parla anche di stupro etnico, in particolare vengono descritti due casi: la ragazza
ridotta a un vegetale e la cugina della moglie dello zio. Quali fonti hai usato e com'è stato
ricostruire delle storie così atroci?

Lo stupro etnico, una pratica utilizzata frequentemente e con particolare sadismo, è un argomento difficile. Lo è prima di tutto per le vittime che, raramente, ne parlano. Infatti il numero di donne stuprate è sconosciuto, visto che molte non hanno mai avuto il coraggio di denunciarlo. Io mi sono affidata alle poche testimonianze che ho trovato e che sarebbero dovute servire per i processi ai criminali di guerra. Dico "sarebbero" perché quasi nessuno dei criminali di guerra è stato condannato per questo tipo di crimine. la costruzione delle due donne stuprate è una costruzione simbolica: la ragazza quasi vegetale, che sembra essersi fermata nella sua crescita dal momento dello stupro, è un modo per rappresentare il punto di non ritorno che si crea in chi subisce questo tipo di violenza e non riesce ad uscirne. L'altra figura invece è di chi riconosce il trauma e cerca di scappare da esso, senza possibilità di uscita. Dopo aver letto tutte le testimonianze, non è stato difficile ricostruire le vicende, proprio perché un comune sentire da donna, me le faceva percepire come fossero violenze mie.

Come si evolve Zlatan nell'incontro con lo zio, rispetto alla situazione bosniaca?
Zlatan nel libro pare avere un grande difetto, che in realtà è un pregio in certe situazioni: l'incapacità di prendere parte. Questa sua incapacità fa sì che si lasci guidare nella storia di Višegrad da suo zio, del quale non ha una buona opinione. Questa incapacità di schierarsi fa sì che Zlatan sia sempre alla ricerca della verità e non faccia sconti a nessuno in base alla nazionalità.

Lo zio e il papà di Zlatan sostengono posizioni molto diverse. Come ti collochi tu rispetto al
nazionalismo e alla voglia di andare avanti?

Sì, lo zio viene descritto come un nazionalista mussulmano, il padre invece è un nostalgico dell'era di Tito. Io credo di aver creato questi due personaggi considerando che ho passato entrambe le fasi, in modo meno esasperato naturalmente, ma ho avuto sia una grande nostalgia dei vecchi tempi, sia un sorgere di rabbia e diffidenza nei confronti degli altri. In un certo senso Zlatan è il frutto di questi due sballottamenti, come lo sono io, ma ho trovato una mia collocazione nel mondo reale, senza affidarmi, né temere i miti del passato, con uno spirito critico nei confronti di entrambe le posizioni.

Nel libro si parla delle atrocità commesse durante la guerra, ma non solo. Il protagonista ripensa ai giorni di assedio anche con nostalgia: "Ho appena mangiato la sarma preparata dalla zia e avanzata dal pranzo; mi sono sistemato sul balcone, seduto comodamente nella poltrona della nonna, con un vento fresco che sale dalla Drina e una luna così grande da bastare quasi come luce. Accendo comunque la candela, la metto sul tavolo davanti a me. La candela ha il profumo della guerra, di quei tre lunghi anni trascorsi solo con la luce a illuminare le nostre notti da incubo. Ogni volta che l'accendo riassaporo in qualche modo quelle notti, e sento qualcosa di folle dentro, una stranissima e inspiegabile sensazione di nostalgia per quei giorni, qualcosa di quei giorni che non so individuare: che, e può sembrare assurdo, qualcosa di bello pure avevano."

Elvira Mujcic
E se Fuad avesse avuto la dinamite?
Infinito Edizioni
€ 12

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