La Baia dei Pirati di Luca Neri: scaricare gratis è giusto

thepiratebay.org

Scaricare file gratis da Internet è giusto. Questa la teoria esposta in La Baia dei Pirati di Luca Neri il libro in uscita per Castelvecchi che verrà presentato giovedì a Linea Notte di Antonio di Bella. Il titolo richiama ovviamente Thepiratebay il sito di peer to peer nato nel 2003 dopo la chiusura di Napster.

Neri, giornalista e consulente informatico, ha svolto oltre un anno di indagine nel mondo dei pirati informatici, con la conclusione che il fenomeno dello scaricamento illegale di file da internet non è un fenomeno legato al consumismo giovanile. Secondo Neri si intravede un fenomeno sociale, una sorta di ribellione post sessantottina ad un sistema, quello del copyright, che non piace. In pratica una sorta di "spesa proletaria" degli anni 2000.

L'indagine è partita dalla Svezia, patria di Thepiratebay.com, dove nel 2003 un gruppetto di ragazzi dai venti ai trent'anni lo aveva messo on line; dopo due anni di pressione dell'ambasciata Usa, il ministro degli interni svedese aveva fatto sequestrare il materiale e oscurare il sito. Rimesso on line nel giro di due giorni. In Italia sorte simile: il 10 agosto 2008 viene ordinato l'oscuramento del sito per ordine del giudice Bergamo Raffaella Mascarino, poi ritirato. Il libro compie un analisi del fenomeno, interpretandolo come fenomeno di ribellione; nel '68 si manifestava per la pace, ora si manifesta per la libertà di non pagare libri, musica, film. Che povertà di valori. Dopo il continua a leggere un estratto del libro da L'Espresso.it

«Piratbyrån, il Bureau della Pirateria, è nato come uno scherzo, un gioco, una provocazione», mi racconta Rasmus Fleischer, che sulla questione è sicuramente ben informato, visto che lui stesso ha fatto parte fin dall'inizio di quel circolo di cospiratori. «Il nome c'era già, perché in Svezia la lobby del copyright aveva lanciato un Bureau dell'Anti-pirateria, un centro che coordinava campagne di pubbliche relazioni contro il file sharing. Noi ci siamo detti: perché solo "anti"? Perché non c'è anche un servizio di pubbliche relazioni "a favore"? Insomma, in mancanza di un Bureau della Pirateria, ne abbiamo fondato uno noi».

Sì, siamo finalmente arrivati nel covo mondiale della ribellione, fra i pirati più radicali, quelli che sembrano provare un gusto matto a gridare che il copyright è irrilevante, quelli che scaricano a testa alta ignorando qualsiasi minaccia legale. Ma qui, se ti aspetti un cambio di scena, una svolta drammatica da film di corsari, con l'apparizione di vichinghi feroci, ceffi barbuti, manigoldi ubriachi, mi dispiace deluderti. Il ruolo cinematografico più cattivo che potrei immaginare per Rasmus, quando lo incontro di persona (trentenne, moro, viso rotondo, baffetti curati), è quello di una spalla comica, tipo bandito messicano tenerone in uno spaghetti western. Rasmus è un pirata perfettamente invisibile, come il caffè alternativo dove mi ha dato appuntamento, proprio nel centro di Stoccolma, sull'isoletta della città vecchia, mimetizzato sotto gli occhi di tutti in piena Ztl, fra lo scintillio dei negozietti di souvenir e un via vai di turisti continuo. Ma torniamo alla sua storia. Rasmus descrive una piccola comunità di coetanei svedesi, in comunicazione costante fra loro via chat, che nel 2003 ruotava attorno a un esperimento locale di radio internet pirata. Era tutta gente che il file sharing lo conosceva benissimo, ma anche un gruppo molto eterogeneo, fatto di musicisti, programmatori, artisti, interessati quindi a discutere una varietà di tematiche. «Alla critica del copyright ci siamo arrivati tutti da strade diverse», dice ancora Rasmus. «Io personalmente ho capito che quello sarebbe diventato un tema centrale solo dopo aver collegato la storia di Napster con la questione dei brevetti farmaceutici, che all'epoca era di grande attualità per via dei nuovi farmaci per il trattamento dell'Aids, farmaci che il Sud Africa minacciava di copiare senza licenza per protestare contro prezzi eccessivi. Per me, insomma, c'era anche una dimensione morale».

La provocazione di offrire una voce ai pirati è comunque un colpo di genio semiotico. In un Paese dove il giornalismo segue principi un po' meno ossequiosi di quelli a cui noi italiani siamo abituati, è infatti procedura standard, quando un conflitto finisce nei notiziari, cercare di citare il punto di vista di entrambi i contendenti. Piratbyrån si ritrova intervistato da riviste e quotidiani. I suoi portavoce sono invitati in televisione. Salgono in cattedra a congressi e seminari. I media gli appiccicano il nomigliolo di "think tank pirata". «Piratbyrån non è un gruppo, e non lo chiamerei nemmeno un'organizzazione, perché noi non reclutiamo nessuno, noi non facciamo proseliti», dice Rasmus. «Siamo pochi, forse una dozzina, e la maggioranza di quelli che c'erano all'inizio oggi non ci sono più, perché c'è sempre stato un certo ricambio continuo. A me piace descrivere Piratbyrån come una conversazione in corso, dove chi partecipa trova ispirazione, è libero di agire come crede, e poi di tornare a discutere e analizzare con gli altri quello che ha imparato». Punzecchio Rasmus per ottenere una definizione un po' meno evanescente.

Lui ribatte: «Più che da quello che siamo, ci piace essere definiti da quello che non siamo. Contrariamente a ciò che tanta gente pensa, ad esempio, Piratbyrån non è un gruppo di file sharing. Il processo di copia ci interessa moltissimo, ma come questione più generale. Noi non siamo "contro" il copyright. Non abbiamo delle richieste da avanzare. Non abbiamo nemmeno delle soluzioni. Cerchiamo solo di porre tante domande, perché vorremmo che il dibattito uscisse dai confini stretti in cui si trova bloccato, con tutta l'attenzione concentrata solo su chi copia, cosa, quanto. Parlare di copyright, invece, dovrebbe spingerci a parlare di cosa vogliamo, come società, che la tecnologia possa fare, di come vogliamo che i network si possano evolvere nel futuro, di cosa è diventata oggi l'opera d'arte, e di che ruolo vogliamo per la cultura». Per Rasmus, che ha studiato fino al 2000 al Conservatorio di Stoccolma, che ha lavorato poi come giornalista presso un settimanale politico, continuando a creare composizioni digitali e a sperimentare con la campionatura, arrivare a porsi domande simili è stato un processo fluido. Oggi spera di farne il soggetto di una tesi di dottorato. Ma non per questo si sente un accademico in erba: «Diciamo che sono con un piede dentro e uno fuori dall'università. E che al momento mi trovo perfettamente a mio agio in questa posizione».

Luca Neri
La Baia dei Pirati
Castelvecchi Editore
€ 11,00

Via | Corriere.it
Foto | Flickr

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