I frutti dimenticati, di Cristiano Cavina

Tutti i venerdì di giugno e di luglio, a Casola Valseno c’è il mercatino delle erbe e dei frutti dimenticati. Di solito il tempo non è mai bello, ma la gente di città accorre comunque per comprare quelle erbe ormai dimenticate, o anche solo per prendere un po’ di fresco e rilassarsi.

La gente di Casola si curava con metodi antichissimi anche quando era piccolo Cristiano Cavina, non c’era possibilità di scampo agli infusi di suor Luca Maria che curava tutto con i fiori di Bach, «La reverendissima madre superiora aveva una devozione particolare per i frutti dimenticati e le erbe aromatiche».

La festa dà il titolo all’ultimo, bello, e più intimo romanzo di Cavina, I frutti dimenticati, certamente una bella festa, ma è anche la metafora della situazione familiare di Cristiano, il frutto dimenticato che non ha mai conosciuto il padre. «Mio padre era tra i tanti forestieri che venivano a Casola per quella festa», ma lui non poteva saperlo.

Il forestiero però si fa vivo: rintraccia Cristiano tramite la sua casa editrice, lo contatta e, stranamente, Cristiano accetta di vederlo senza dire nulla a nessuno, in particolare né a sua madre né ad Anna. Anna è la sua ragazza, e aspetta un bambino.

L’incontro con il padre avviene in maniera piuttosto strana e subdolamente traumatica, non si svolge per niente come lo aveva sempre immaginato sin da quando era piccolo, quando fingeva di essere un palombaro che tentava di aprire lo scrigno di un tesoro: il comò di sua nonna con cui era cresciuto, insieme al nonno e sua madre.

Lui non c’era, non c’è mai stato. E adesso? Adesso sono lì, in piazza del Popolo, a Cesena, che si studiano, non si dicono granché e l’atmosfera è giustamente gravida di attese. Cristiano vorrebbe dirgli tutte quelle cose che ha sempre pensato, condite con un bel po’ di rancore e risentimento, ma riesce ad essere solo scostante, respingente fino al punto di sentire il bisogno di alzarsi e andarsene.

Cristiano orami ha trentatrè anni: un rapporto con Anna che cade a pezzi, un figlio in arrivo, anzi, che arriva prima del previsto e con grosse complicazioni. Ma Giovanni alla fine nasce sano. Intanto Cristiano torna a vedere suo padre. Il perché di questi incontri, dove peraltro succede poco o niente, è semplice: suo padre sta per morire.

Quando ormai il padre è ridotto a poco meno di un essere umano, tenuto in vita da una serie i tubi che entrano e escono dal suo corpo come prolungamenti delle vene, Cristiano andrà a trovarlo per due settimane in cui gli racconterà di quando era bambino, dei suoi nonni, dei problemi con Anna e di Giovanni, suo nipote, nato prematuro, «fragile ma forte».

Il forestiero quest’anno non vedrà la festa dei frutti dimenticati. Ma Cristiano ci andrà accompagnato da Giovanni: «Tutta la fatica, i fallimenti, le disgrazie, l’estinzione dei Creonti e secoli di Cavina ormai sepolti avevano ora uno scopo. Un chilo e mezzo scarso. Niente di grande. E dava un senso al nostro essere vissuti».

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