Confessioni di un avvocato senza laurea, di Giuditta Russo

Copertina di Confessioni di un avvocato senza laureaConfessioni di un avvocato senza laurea di Giuditta Russo è un'autobiografia degna, per forma e contenuti, di un romanzo rosa di Carolina Invernizio.

Racconta la storia di una studentessa di diritto brillante - a suo dire - come le più grandi menti giuridiche della storia, che però non ha il coraggio di affrontare gli esami universitari. Per non deludere le aspettative di parenti e amici, che ripongono in lei aspettative paragonabili a quelle che il popolo cristiano proietta su Gesù, mente sulla propria carriera universitaria, inscena una laurea, un titolo di avvocato e un'intera carriera da civilista.

Le menzogne di Giuditta cominciano all'università e non finiscono più: sfociano prima in una carriera forense abusiva ma - sempre a suo dire - eccezionale, brillantissima, a tratti titanica. Poi in un sordido giro di denaro al limite della truffa. Infine irrompono nella vita privata della donna, sotto forma di un'intricatissima trama romanzesca a base di finti tradimenti, paternità contestate, nobildonne misteriose e chi più ne ha più ne metta.

Il notevole travaglio psicologico di Giuditta la spinge a un certo punto a chiudersi in convento, come il commissario Cattani ne La piovra 3. Ma niente può salvarla dal momento in cui - nonostante la sua presunta bravura sovrumana come avvocatessa - i nodi verranno al pettine.

«Di tanto in tanto,» scrive Giuditta, «mi soffermavo a interrogarmi su come potesse essere così semplice studiare un caso giuridico e redigere un atto quando non si era mai neppure sostenuto un esame all'università.» Questo è il vero punto centrale che la sua vicenda umana e il relativo racconto hanno il merito di evidenziare: la natura praticona della professione legale, e lo scollamento totale tra teoria universitaria e pratica di tribunale.

Laurearsi e dimenticare quasi tutto o non laurearsi affatto è praticamente uguale. Infatti l'avvocato medio, come il barbiere o il ciabattino, impara tutto da zero nella "bottega" di un avvocato più anziano e in quelle specie di suk maghrebini che sono oggi i tribunali civili italiani. La Russo, che ha vinto - dice lei - 250 cause civili, ne è la dimostrazione vivente.

Parallelamente a questo ritratto della realtà italiana, che è l'aspetto più interessante, emerge anche quello di una donna dalla presunzione iperbolica, assoluta, apocalittica. Un genio del diritto che, senza aver mai sostenuto un esame, scrive una tesi «a dir poco perfetta», giusto per citare uno dei tanti esempi di olimpionica modestia di cui il libro è ossessivamente costellato.

Lo stile poi è macchinoso e formale fino a sfociare nel surrealismo, specie in certi dialoghi a dir poco innaturali. Però, nonostante tutto, non condivido la bella ma spietata e moralistica recensione del blogger Anfiosso. Credo viceversa che l'auto-analisi psicologica, vera o meno (secondo me meno), sia complessa e interessante, e che il libro intero sia complesso e appassionante come può esserlo un romanzo rosa, dato che fa leva sugli elementi tipici del genere.

Se a questo si aggiunge che il libro di Giuditta Russo, fra le tante verità presunte, qualcuna vera sul mondo della giustizia italiana la rivela, se ne ricava che tutto sommato vale la pena di leggere le confessioni del non-avvocato più presuntuoso del mondo.

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