Cagnanza e padronanza: un racconto di Peppe Fiore

Copertina di Cagnanza e PadronanzaSono così belli, profondi e al tempo stesso esilaranti i racconti contenuti in Cagnanza e Padronanza di Peppe Fiore (Gaffi editore) che non riuscirei a parlarne in maniera esaustiva.

Tanto vale lasciare spazio proprio a uno di questi racconti, che possiamo pubblicare su BooksBlog perché per fortuna il libro è in copyleft; cioè l'illuminato editore «consente la riproduzione parziale o totale dell'opera e la sua diffusione telematica, purché non per scopi commerciali e a condizione che venga citata la fonte Alberto Gaffi editore in Roma.» Fatto.

Il racconto s'intitola Risvolti poco noti della carriera universitaria in Italia, e dopo il continua potete leggerlo in forma integrale.

RISVOLTI POCO NOTI DELLA CARRIERA UNIVERSITARIA IN ITALIA

di Peppe Fiore

Noi siamo a corte del professor Giacomo Pittaluga, ordinario di sociologia dei consumi. Sociologia dei consumi è una cattedra di primo piano nel contesto dell’ateneo, e i meriti accademici di Pittaluga sono riconosciuti a livello internazionale, questo non c’è bisogno di dirlo. Pertanto è ovvio che noi, in quanto suoi assistenti, siamo sotto gli occhi di tutti.

E’ altrettanto ovvio che Pittaluga pretende da noi il massimo: studio indefesso, sacrificio, cieca dedizione alle grandi tematiche della sociologia dei consumi.

L’assegno da dottorando, si sa, è quello che è. In questo paese la situazione della ricerca è drammatica (non a caso si parla di fuga dei cervelli): soprattutto è drammatico il fatto che gli ottocento euro da dottorando rimangono praticamente ottocento euro anche quando diventi ricercatore, per chi ha la fortuna di diventarlo.

E’ vero, ogni tanto si riesce a strappare un articolo su Versus – quaderni di semiotica, o su Millepiani (associazione culturale Eterotopia), o altre pubblicazioni accademiche. Ma in quanto a soldi non è mai granché. Oppure si strappa un ciclo di seminari in un’Università sperduta in Molise, o si strappa una borsa di studio di qualche azienda (presentandosi alla premiazione con la giacchetta lisa per ritirare l’assegno personalmente dai ricchissimi dirigenti dell’azienda stessa). Si sopravvive per strappi, ma sono tante briciole. Il concetto è che quando scegli di dedicare la vita alla sociologia dei consumi, non lo fai per i soldi – è questo il messaggio implicito di Pittaluga.

Pittaluga, autore già nel 1974 del seminale Elementi di Sociologia dei Consumi, gira oggi su una BMW Z4 Roadster nera da spacciatore di crack e ha due Blackberry di cui ci illustra in continuazione le funzioni più avanzate (specialmente il WAP). Quindi è evidente che questo suo continuo insistere sull’etica del sacrificio, sull’approccio quaresimale che noi giovani sociologi dei consumi dobbiamo avere nei confronti della vita, è il suo metodo per temprarci. Infatti, essere gli assistenti di Pittaluga è sì un privilegio, ma è un privilegio che deve essere nutrito continuamente di carne rossa come un pitbull inferocito. E qui torniamo ai tre concetti cardine: studio indefesso, sacrificio, cieca dedizione.

Quando vuole mettere alla prova la nostra cieca dedizione alla materia, il professor Pittaluga fa scattare l’allarme antincendio in aula studio. Noialtri scattiamo in piedi, buttiamo per aria i testi di semiotica e corriamo fuori.

Un attimo prima eravamo quasi fusi dentro la polvere, tagliati a fette nelle strisce di luce verde bottiglia che il pomeriggio rovescia attraverso i finestroni. Un attimo dopo, lo scompiglio, i turbini cartacei degli appunti, i libri a terra e il terremoto dell’allarme, mentre si depositano al suolo, di nuovo, le conformazioni spiraliformi di pulviscolo eccitate dalla nostra fuga.

Al suono dell’antincendio, noi dottorandi corriamo fuori dall’aula studio lungo il corridoio circolare del dipartimento di Linguistica. Abbiamo il fiato rotto e il cuore in mano – la mia personale sensazione è sempre quella delle fiamme a un millimetro dal mio calcagno, una grande valanga di fuoco che mi urge sulla schiena. Mentre corro, supero le scie dei teschi di studenti a gruppetti attorno ai distributori di caffè, le bacheche con i proclami di autogestioni e incontri sul cinema iraniano e motorini catalizzati in buono stato, le porte chiuse delle segreterie. Altri studenti ciabattano nei pressi delle scale antincendio, altri studenti informi limonano davanti alla porta antipanico, aggrovigliati al primo stipite, addosso al muro, sotto l’estintore: anche se sto correndo come un disperato, io posso vedere il luccichio delle loro lingue da bocca in bocca, posso vedere lo sfrego dei bacini che si cercano attraverso la stoffa davanti a una bacheca con il programma della scuola estiva di semiotica di Urbino.

Quando scatta l’allarme abbandoniamo l’aula studio senza perdere un secondo. Inseguiti dall’urlo della sirena, risaliamo tutto il corridoio del dipartimento di Linguistica alla cieca – lo consociamo talmente bene ormai – e nonostante la fatica, nonostante i due pistoni pieni di sangue che ci martellano le tempie, ci sentiamo tristi all’idea del Fondo Amedeo Mangioni (diciassettemilanovecento e passa tra volumi rilegati, scolii e collezioni di periodici) che andrà perduto. Tutto catalogato anno dopo anno da generazione di borsisti curvi e assorti – tutto bruciato. Quest’oceano di conoscenza specialistica per glottologi, linguisti, semiotici e naturalmente sociologi dei consumi come noi, sta già mutando in cenere, mentre i fuorisede calabresi con gli infradito ai piedi continuano a limonare furiosamente senza curarsi dell’incendio, continuano a infilare monetine nei distributori di snack, continuano a progettare occupazioni, presidii davanti casa di Rutelli all’Eur, a progettare mesi di Erasmus a Lisbona, mentre il fuoco sta per inghiottirli.

Schizziamo di corsa fuori dall’aula studio all’unisono.

Davanti a me, la schiena larga e piana di Petruzzelli, che da bambino ha fatto atletica e oggi, dopo la laurea in antropologia, applica con buoni risultati alcune teorie del Peirce alle modalità di progettazione e allestimento degli spazi nei grandi ipermercati. Ultimamente è stato relatore a Ginevra in un convegno presieduto dal sommo Landowski (il quale pare che gli abbia fatto anche grossi complimenti in sede privata, così dice lui) con un intervento dal titolo ammiccante: Eiaculanti tra le merci sincrone – il caso “Castorama” di Tor Vergata. Pare che Landowski stesso, che com’è noto ha forti agganci nelle aziende, si sia offerto di metterlo in contatto proprio con Auchan (su cui Petruzzelli prepara la tesi di dottorato) in Francia, per una consulenza. Dovrebbe essere un segreto ma in realtà lo sanno tutti: si tratta di una di quelle verità che devono diffondersi endovena in ateneo, perciò l’odioso Petruzzelli – quando qualcuno gli chiede della principesca consulenza aziendale ad Auchan – fa il finto modesto e nicchia, il che equivale a confermarla. Difatti è tornato da Ginevra gonfio di efedrine, consapevole di aver compiuto un passo enorme nell’arena spietata della sociologia dei consumi. Un passo che, è bene dirlo, stacca tutti noialtri di una buona misura. Così anche adesso che corriamo, Petruzzelli, forte dei suoi trascorsi di atletica, ci ha staccato di misura. Gli sono rimaste intatte ed efficienti negli anni le due gambette da struzzo; anche la testa è una testa da struzzo: quando siamo in aula studio e mi distraggo, la osservo e – mi dico ogni volta – sembrerebbe all’apparenza così fragile da poterla penetrare con un dito come un guscio d’uovo. Ma poi, a che servirebbe? Anche al buco in testa Petruzzelli reagirebbe con lo stesso atteggiamento spocchioso che rivolge ad ogni cosa: ai tesisti terrorizzati che Pitalluga gli affida, a Greimas, alla semantica strutturale sulla quale io mi sono dolorosamente formato, e che lui – con un’immagine furba al sapore di sociologia dei consumi – definì “un grande, arido Meccano per cervelli praticoni”. Fa lo scoglionato anche nel modo in cui corre. Corre ostentando la totale assenza di sforzo, come sollevato dal pavimento su un cuscinetto d’aria: e anche ora, guardando la sua postura olimpica, si direbbe che il cervello di Petruzzelli è un cielo sgombro di nuvole, Petruzzelli passa nel vento, e svapora, prima di diventare Ricercatore, Professore a Contratto, Professore Associato e poi, con lo stesso fatale distacco dalle cose, Ordinario di Sociologia dei Consumi.

Ci siamo lanciati come proiettili fuori dall’aula studio al suono della sirena.

Un po’ dietro di me – ne avverto la presenza perché si sente il caratteristico fischio d’affanno – viene Spizzichini. Di fianco a sinistra ho Ribis, il quale come al solito tenta di speronarmi per guadagnare terreno in modo scorretto. Ogni tanto riesce ad avanzare sulla mia destra il lucido cranio calvo di Aspettapesce, ma io lo blocco.

Poi, Gozzi, Cerchiara e Petraglia. Non li vedo ma ci sono anche loro: tre grossi esperti delle teorie di Appadurai che corrono sempre in trio, sostenendosi a vicenda, nelle retrovie.

Ci siamo espulsi a velocità supersonica dall’aula studio e ora guadagniamo l’atrio finalmente, un acquario di luce. Attraversiamo il quadro bianco del portone a occhi chiusi per scaraventarci direttamente a terra sul pratone come meduse. Solo Petruzzelli resta in piedi a le gambe larghe in una posa da lottatore, si netta la fronte con gesto greco. Si capisce, lui da piccolo ha fatto atletica. Non ho ancora riaperto gli occhi (popolazioni batteriche luminose dietro le palpebre chiuse) ma sento il suo sguardo: ci considera come dell’erbaccia, o funghi marci, e la sua forma occlude il sole. Intanto aspetta le lingue di fuoco fiorire dalle finestre dell’edificio, e gli studenti transumano pigramente per le scale. Qualcuno ogni tanto si volta e ci guarda, ride, scrolla le spalle e passa. Ci conoscono tutti, ci hanno visto a lezione o agli esami. Nessuno si pone il problema che questa è la volta buona, il dipartimento va a fuoco assieme al Fondo Mangioni. Cazzi suoi, in fin dei conti,

Quello che ci mette più di tutti a recuperare è come sempre Spizzichini. Ha una mano premuta sullo sterno mentre si torce sull’erba con la bocca semiaperta. Nessuno ci bada, lo sappiamo tutti che Spizzichini è un pigro cronico e passa le giornate – dice lui – sul De Saussure.

Noialtri invece dopo un po’ stiamo tutti bene. Tutti in attesa dello spettacolo di fuoco che avvolgerà il dipartimento – i nostri studi, la nostra vita – in spire stritolanti d’edera rossa. Aspettiamo, respiriamo. Ma invece dell’incendio si sente dall’alto la voce di Pittaluga. Urla che siamo lenti, troppo lenti, siamo una delusione e siamo tragicamente al di sotto delle aspettative. Era affacciato da prima al quarto piano, agita in mano qualcosa, un luccichio contro il cielo lontanissimo, il Blackberry che ha usato per cronometrare il nostro fallimento al centesimo di secondo.

Dalla sua distanza siderale Pittaluga urla che siamo deboli di gambe come nella teoria. Dobbiamo migliorare tantissimo, allenarci di più, studiare di più, fare tutto di più. Petruzzelli annuisce come se la cosa non lo riguardasse per niente. Più tempo in aula e studio e più tempo in palestra, urla Pittaluga, mens sana in corpore sano: per Febbraio, a Foggia, ci vuole in forma come i ballerini di Amici di Maria de Filippi, inguainati nei nostri fasci muscolari e dritti come dei fusi al cospetto di ricercatori e docenti di tutt’Italia e mezz’Europa che convergeranno nelle Puglie per la tre giorni su Roland Barthes. All’idea del convegno su Barthes, io lo so, il sistema endocrino di Petruzzelli impazzisce, tutto il sangue gli confluisce nei corpi cavernosi. Io lo so che Petruzzelli è da tre mesi che lavora ad un articolo sulla disposizione strategica degli InfoPoint nel centro commerciale di Parco Leonardo a Fiumicino. Una dissertazione densissima che spazia da De Certeau alla Morfologia della fiaba proppiana, la summa di tutto il suo percorso teorico fino a questo momento. Petruzzelli lo stamperà in cinquanta copie per distribuirlo sottobanco a relatori e uditori, come un opuscolo anarco-insurrezionalista fuori tempo massimo. Lo so, so tutto – non chiedetemi come faccio a saperlo – io vedo distintamente, anche attraverso la scorza immota, l’interno di Petruzzelli pulsare all’idea del convegno su Barthes di cui Pittaluga è organizzatore principale.

La voce plana dal quarto piano come uno sciame di cavallette. Abbiamo il patrocinio della regione Puglia. Siamo sponsorizzati da Lottomatica e dalla Banca di Roma. Abbiamo dispiegato una macchina organizzativa e scientifica senza precedenti nel campo della sociologia dei consumi (materia che Barthes disprezzava sommamente). E i suoi assistenti si presentano a questo appuntamento con la storia come un banco di mucillagine sull’adriatico. Siamo ignoranti, abbiamo i pettorali flosci e non padroneggiamo i fondamenti teorici della materia, prosegue Pittaluga.

Ormai ho capito che anche stavolta non ci sarà nessun incendio.

Ma a un certo punto qualcosa accade: è un rantolo più forte degli altri. Per la precisione è Spizzichini, il quale non ha smesso un attimo di rotolarsi tra i trifogli in modo abbastanza teatrale. L’estremo miagolio, che suona come uno scolo di rubinetto ingorgato, non è abbastanza forte da raggiungere le vette accademiche del professor Pittaluga. Lo si evince dal fatto che Pittaluga stesso ora sta tuonando contro Spizzichini: noialtri siamo tutti a rischio, si capisce, ma Spizzichini, lui, è praticamente condannato. Non sono ammissibili queste scene neorealiste per due metri di corsa. Al convegno ci saranno videoproiettori da spostare, faldoni da issare sulle altissime scaffalature del Centro Congressi, valigie dei docenti cariche di dispense, appunti, manuali di consultazione e romanzi d’appendice per il viaggio. La voce promette a Spizzichini ritorsioni accademiche e fisiche, nel caso dovesse far cadere giù per le scale dell’albergo le valigie – che so – di un Pierre Trousot (Università di Limone) o di un Hisherwood dalla Columbia.

La testa di Pittaluga, lassù, è invisibile.

La mano di Spizzichini, quaggiù, si tende tremante verso l’alto. La faccia è diventata viola e ha gli occhiali storti sul faccione, un occhio è libero e l’altro dietro la lente piena di ditate. Tutti e due sono spalancati, opachi. Le pupille, due capocchie di spillo.

Petruzzelli, si capisce, a Foggia è logisticamente avvantaggiato per il fatto dell’atletica. E sarà avvantaggiato anche perché è stato invitato al convegno di Landowski che in pratica l’ha battezzato. Adesso se la ride, ma io me lo ricordo a ridosso della tesi: ripassavamo insieme in aula studio il fondamentale La Semisfera di Jurij Lotman. Succedeva quattro anni fa. Petruzzelli vestiva ancora di povere camicie alla coreana, senza collo, da intellettuale inurbato: la sua teoria di giacchette di velluto a costine per aspiranti consulenti di marketing se la sarebbe inventata solo dopo la borsa di dottorato. Nel silenzio polveroso dell’aula studio la foto pensosa di Lotman, l’amatissimo profilo malinconico di pesce gatto in bianco e nero, ci guardava dalla quarta di copertina di una vecchia edizione Marsilio. Petruzzelli zoppicava sul concetto di enantimorfismo, eppure spendeva ore a raccontarmi con gli occhi gonfi di ammirazione le leggende sessuali di Pittaluga, divoratore insaziabile di studentesse fuorisede calabresi con il culo enorme. Diceva di apprezzare il mio approccio strutturalista allo studio delle icone pop. Bugiardo. La mia tesi sul Gabibbo (notoriamente copia del pupazzo Big One, che io utilizzavo come punto di partenza per una teoria dei modelli di cultura in diacronia come reti di traduzioni inesatte) mi aveva portato via due anni di vita. Mentre la sua tesi sul sistema semiotico degli espositori di Esselunga era in pratica una rimasticatura di Marc Augè, messa in piedi in fretta e furia nei sei mesi che gli restavano per non andare fuoricorso.

La verità è che Petruzzelli odiava già da allora lo strutturalismo ortodosso. Ma questo è ovvio: una intelligenza umorale, anzi animale, come la sua – come quella di Pittaluga, del resto – resta inerme davanti alle architetture meravigliose delle teorie di Greimas, di Genette, dello stesso Lotman (il primo Lotman, perlomeno) come l’orango di 2001 Odissea nello Spazio del compianto maestro Stanley Kubrick. La verità è che io gli servivo solo per dare sostanza alla bibliografia della sua tesi. La verità è che Petruzzelli, come gli oranghi, non si separa mai dalle cose che gli danno il cibo. Ed è per questa ragione che la password del suo computer è rimasta “Esselunga” da quattro anni. Anche quando ha preso il portatile con i primi soldi della borsa di dottorato, il portatile su cui avrebbe scritto il suo articolo clandestino per il congresso di Foggia. Naturalmente si tratta di un Acer (non un Sony Vaio dalla lussuosa scocca femminile, non un performante Toshiba, meno che mai il Re: e cioè un MacBook). Queste sono cose che a un sociologo dei consumi non possono sfuggire. Un sociologo dei consumi che si rispetti non lavora su un Acer comprato in offerta da Panorama. E se ci lavora lo stesso, il suo lavoro merita di essere cancellato il giorno prima del congresso di Foggia. Un vero sociologo dei consumi se ha bisogno di un portatile chiede i soldi in prestito e va in un Apple Store, per dio. O accende una finanziaria – perchè la situazione della ricerca in Italia è quella che è, come dice giustamente Pittaluga. Un vero sociologo dei consumi non vive come una mignatta sull’intelligenza dei colleghi. Un vero sociologo dei consumi rispetta la semantica strutturale e cambia la password una volta al mese, se non è un cretino e ci tiene al suo articolo su Parco Leonardo (che è un posto di merda).

L’altra mano di Spizzichini, invece, è stretta attorno al collo in una posa che si direbbe di autosoffocamento. Spizzichini adesso sembra diviso in due: il tronco è immobile mentre le gambe scalciano.

Pittaluga dall’alto dei cieli gli sta gridando di non fare il pagliaccio. Tutt’attorno è pieno di studenti che se ne fottono. Anche noi per la verità ce ne fottiamo abbastanza, annullati dal cazziatone del nostro professore. Solo Ribis emette un raglio nel suo involuto accento abruzzese: dice che, forse, Spizzichini stavolta sta male per davvero. Ma lo sento solo io, probabilmente. Pittaluga gli ordina di smetterla immediatamente. Rolad Barthes, finché fu vivo, si circondava di una schiera di assistenti efficienti come degli orologi svizzeri, vere macchine del pensiero, perfettamente sincronizzate col maestro. Mentre noi siamo sincronizzati solo coi nostri apparati digerenti e defecatori, e costituiamo la sua rovina.

Petruzzelli si leva un filo d’erba dalla manica, sembra distante ere geologiche da noi e dalle nostre povere cose, Spizzichini non respira più, Pittaluga urla il nome di Roland Barthes (il quale senza nulla togliere alla portata enorme del suo pensiero, era ricchione dichiarato, il che getta se non altro qualche ombra sulla qualità dello studio indefesso, del sacrificio e della cieca dedizione dei suoi assistenti), Ribis emette una sorda incomprensibile bestemmia che rimanda a epoche remote, di greggi pacifici e pastori zufolanti.

Peppe Fiore
Cagnanza e Padronanza
Collana Evasioni
Gaffi editore
8,50 euro

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