Corso di scrittura creativa: II puntata

Una mano scrive una parola

Dopo la prima puntata di questo co(r)so si è aperto un dibattito e ne sono contento. Provo a sintetizzarlo per come l'ho capito io: quando ho sostenuto che fare "narrativa" significa "raccontare storie", un lettore mi ha fatto notare che «la prosa non è narrazione e viceversa». Ha citato Auden, Arbasino, Eliot, Faulkner, Gadda, Joyce, Mangnelli, Melville, Pizzuto e Wolf a riprova che prosa e poesia non debbano per forza raccontare storie.

Ora, mi permetto di insistere: fare narrativa significa raccontare storie. Che iniziano, proseguono attraverso percorsi più o meno accidentati e alla fine si concludono con le cose e/o i personaggi un po' mutati rispetto all'inizio. Un racconto non è una descrizione, non è un ritratto, non è un'atmosfera. L'affresco di una società, un'epoca o una certa umanità vengono fuori nei racconti solo attraverso delle storie.

Non so quale incredibile grumo di bieco maschilismo faccia sì che quando si parli del «mestiere più antico del mondo» si alluda alla prostituzione. Di sicuro la caccia o la raccolta dei frutti, per ovvie ragioni alimentari, sono pratiche molto più antiche delle marchette. Ma secondo me è la narrazione il mestiere più antico del mondo, e anche quello che ha più futuro. È iscritto in non so quale gene della sua natura il fatto che l'uomo abbia un disperato bisogno di raccontare e farsi raccontare storie, in ogni tempo e luogo. Storie familiari, epiche, verbali, disegnate; non importa, purché siano storie.

Un anno fa leggevo su «Le monde diplomatique» (gran bel giornale) che secondo i più recenti studi dei migliori scienziati della comunicazione, il nuovo approdo della retorica politica è proprio la narrazione. Ciò perché le storie catturano l'attenzione e le emozioni del pubblico, conducendo il cuore e la mente del popolo là dove il politico-narratore vuole portarli. Infatti, svariati mesi dopo è iniziata la campagna elettorale di Barak Obama e del suo negativo fotografico poverista, Walter Veltroni, ed entrambi hanno farcito tutti i propri comizi di storielle più o meno strappalacrime. Facciamo un esempio.

Nella sua ormai leggendaria campagna elettorale 2008, il Bob Kennedy de noantri lesse in varie piazze la (presunta) lettera di una (ipotetica) donna astigiana di 28 anni. «Se qualche anno fa», iniziava la missiva, «m'avessero detto che mi sarei ritrovata a quasi trent'anni senza uno straccio di lavoro fisso sarei sicuramente esplosa in una grassa risata, una di quelle risate che da troppo tempo mi sono state estorte dalla vita e dalle sue preoccupazioni.»

Già nell'incipit c'è il cuore di questa e di ogni altra storia: il divario tra volontà e necessità. Da un lato la volontà della ragazza (trovare un lavoro fisso a trent'anni), dall'altro la tragica realtà (le preoccupazioni che le hanno estorto la gioia di vivere).

«Ho passato anni a studiare per costruirmi un avvenire, non dico idilliaco, ma quanto meno tranquillo, e mi ritrovo qui con un impegno dignitoso, per quanto stress e mal di testa siano all'ordine del giorno, ma con una spada di Damocle che oscilla sempre più minacciosamente sulla mia testa man mano che il giorno della scadenza del contratto si avvicina.»

Ora, se l'astigiana veltroniana avesse studiato per anni e alla fine avesse trovato un lavoro proprio uguale a come se lo immaginava all'inizio, avremmo avuto certamente una persona felice ma non una storia da raccontare. «Perché essere felici per una vita intera/ sarebbe quasi insopportabile», direbbe Carmen Consoli. Ma vale anche il contrario, aggiungo io, e in genere una vicenda prevedibile al 100% non è un buon soggetto per un racconto.

«Molti miei colleghi sono stati stabilizzati, ma purtroppo non rientro ancora tra questi. Mancano quindici giorni, infatti, alla fine del mio contratto, ho lavorato qui sei mesi e, per quanto non sia nella mia natura, ho cercato di tenere ben cucita la bocca anche quando potevo aver ragione e mi sono costretta a rinunciare a non so quante commissioni, visite mediche e aperitivi con gli amici pur di non rifiutare uno straordinario... non che vi siano pressioni, ma non si sa mai, ne ho viste troppe... sono ostaggio da troppo tempo e credo che se dovesse andar male anche stavolta potrei davvero perdere ogni speranza, anche perché superata una certa età trovare un lavoro diventa a dir poco impossibile...non convieni più, costi troppo, è sempre più facile investire su un apprendista.»

A questo punto sono entrati in campo tutti gli elementi fondamentali di una storia. C'è il divario tra volontà (il bel lavoro) e necessità (il lavoro di merda) che pone davanti all'eroina un obiettivo: liberarsi dal precariato. La posta in palio è molto forte (la vita e la salute mentale dell'astigiana), quindi la protagonista è sotto pressione. Ecco secondo me la regola numero uno di un narratore: mettere i personaggi sotto pressione. Perché gli esseri umani - nella realtà e nella finzione - sono come i brufoli: tanto più forte è la pressione, tanto più vien fuori la loro vera interiorità.

Poi la situazione si complica. La precaria di Asti si dibatte sempre più inutilmente tra i tentacoli di un sistema che non le lascia scampo. La scadenza del contratto si avvicina, il fidanzamento naufraga e il sogno della maternità comincia a svanire per sempre. Non si intravede soluzione plausibile. È a questo punto che Veltroni smette di leggere, ripiega la lettera e promette: «noi siamo la politica che cercherà di fronteggiare quest'emergenza sociale». Applausi, sipario.

È come una tragedia di Euripide. Mentre gli uomini si affannano tra mille difficoltà di cui ormai non vedono più la fine, entra in scena un'entità estranea e soprannaturale, il famoso deus ex machina, che senza alcuno sforzo risolve tutti i problemi. A quel punto chi si è immedesimato nel dramma della povera precaria di Asti non potrà che vedere con gratitudine quel risolutore di problemi, e quindi votarlo. Forse.

Continua venerdì prossimo...

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