La maschera del male, il cinema di Rob Zombie

Il leggendario Captain Spaulding

La maschera del male di Francesca Lenzi è il primo saggio italiano dedicato al regista Rob Zombie ed edito dalle edizioni Il Foglio, che in questi anni si stanno distinguendo per l'attenzione lodevolissima ai più interessanti risvolti della critica cinematografica.

Come spiega bene l'autrice, Rob Zombie è «un artista eclettico, originale, coraggioso, intuitivo colto e sensibile», capace di «afferrare un'idea ed essere in grado di esplicarla con metodo, ingegno e sana bizzarria.»

Rob Zombie, aggiungo io, ha dimostrato di essere un regista cubista, panico (nel senso di pàs-pàsa-pàn = 'tutto'), perché riesce a trascinare emotivamente lo spettatore nei panni di personaggi posti da entrambi i lati del confine tra bene e male, anche contemporaneamente e con la medesima intensità.

Quando nei film di Rob Zombie qualcuno soffre sullo schermo, lo spettatore è quel qualcuno, ma è anche colui che lo fa soffrire; e anche quando le parti si invertono la situazione non cambia.

La Lenzi è brava a spiegare le dinamiche e il senso di tale (quasi) inedito effetto di immedesimazione diffusa, che è agli antipodi dello straniamento emotivo in cui rischia di sfociare ogni pellicola dagli eroi malvagi.

La dettagliatissima analisi tecnica e semantica dei colori che l'autrice, mutuando modalità e linguaggio direttamente dalla critica pittorica, svolge delle varie fasi narrative dei film e deliziosa e mai stucchevole.

C'è solo un problema.

Se ne La maschera del male la Lenzi tiene accuratamente traccia delle tante influenze cinematografiche che hanno agito su Rob Zombie, purtroppo si sia lasciata sfuggire forse la principale. Quella che, almeno ne La casa del diavolo (probabilmente il migliore dei primi tre film del regista), eguaglia e forse supera persino gli echi di Tobe Hooper.

Alludo naturalmente a Sam Peckinpah, la cui voce rimbomba soprattutto nel secondo film di Zombie, sia a livello linguistico immediato (i continui fermi immagine) sia a livello tematico (la vulnerabilità dei "losers", l'assedio, il rifiuto della resa, la grandezza e la superiorità insite nel martirio, anche se qui ribaltate in negativo).

E dire che la strettisima vicinanza con Peckinpah, dichiarata dallo stesso Rob Zombie, è stata sottolineata a ben ragione dalla quasi unanimità della critica internazionale proprio per la sua evidenza e il suo peso.

Per il resto, La maschera del male è un testo completo e di piacevole lettura, che ha l'indiscusso merito di aprire il dibattito sulla poetica di uno dei più grandi e giovani artisti del nuovo cinema americano.

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