Corso di scrittura creativa: I puntata

Una mano scrive una parola

Buttiamo subito la maschera: questo non è un vero corso di scrittura creativa. Il titolo è ingannevole. Serve ad attirare i tanti lettori che vagano come cani da caccia in questo campo in cui ormai chiunque sale in cattedra senza alcun titolo (come me) e senza alcuna competenza (anche questo come me!) per insegnare la scrittura creativa. Stanti così le cose, sarei legittimato a discettare anch'io, come qualunque altro scassapagliaro che decida di farlo.

Ma non discetterò, non me la sento. Ciò che intendo fare è lanciare un paio di riflessioni sulla narrativa e discuterle con tutti. So che col dialogo si cresce e si migliora. Perciò i miei pochissimi nonché confusi concetti sulla scrittura creativa vorrei confrontarli con chi ne sa di più e di diversi.

Anche perché temo che non ci sia un vero e proprio metodo per scrivere narrativa. Non esiste una ricetta fissa per la fabbricazione di racconti o romanzi che trasformi i non-scrittori in in scrittori; e se esiste, non la conosco. Però so che esistono regole basilari per scrivere narrativa leggibile. Ne esistono in grammatica, nello sport, nella politica, e senza dubbio anche nella narrazione.

Scrivere alla cieca, senza gli elementi tecnici fondamentali, il più delle volte porta a produrre schifezze. Lo so perché sono stato e sono un produttore di schifezze, ma soprattutto un bulimico consumatore di schifezze, in quanto lettore di manoscritti.

Come è facile intuire, nelle case editrici italiane giungono ogni giorno molte centinaia di "cose". Manuali per trattori, testi di teologia tradotti dall'arabo con Babelfish, strampalate interpretazioni teologiche della strage di Ustica, malloppi di centinaia di fogli con scritto a ripetizione «il mattino ha l'oro in bocca».

Questo fiume in piena viene scremato accuratamente e rigorosamente da una catena fordiana di impiegati di concetto variamente qualificati. La spazzatura finisce nei cestini, il resto prosegue fino alle mani dei lettori. Il frutto di cotanta selezione preventiva è, nel 70% dei casi, merda scritta. Giuro.

Dopo molto tempo credi di aver capito l'errore principale e più grave che commette la maggior parte degli aspiranti scrittori italiani. Non bisognerebbe mai dimenticare che scrivere narrativa significa raccontare delle storie. La narrativa è story-telling, come dicono gli anglofili.

Magari i ritratti statici di personaggi, le fotografie di una situazione, i ritratti di una suggestione possono essere, appunto... suggestivi. Ma non toccano le emozioni del lettore, non lo conducono da nessuna parte. Lo lasciano dove sta, seduto sulla sua sedia fredda e scomoda per un massimo di cinque minuti, finché non chiude il libro e va a fare altro. Se un romanzo - qualunque romanzo - non dà al lettore un'intensa soddisfazione, il romanzo è sbagliato.

Per come la vedo io, leggere è come mangiare e come fare l'amore: un'attività piacevole in cui il piacere sta nella soddisfazione di un bisogno. Quando si mangia, si gode soddisfacendo l'appetito. Quando si fa sesso, si gode soddisfacendo l'eccitazione. Quando si legge, si gode soddisfacendo il bisogno di vivere delle storie.

La fame di storie è connaturata all'uomo. Non so per quali ragioni precise, inerenti alla nostra natura di animali razionali, ma so che è così. Tutti avvertiamo questo bisogno, ma ci sono tanti modi per soddisfarlo, oltre alla narrativa. Ci sono il cinema, il teatro, i giornali, la TV, i pettegolezzi della vicina, le conversazioni familiari in cui uno racconta (racconta) qualcosa a qualcun altro etc. Leggere Gli indifferenti di Moravia non è sostanzialmente diverso dal guardare un programma di Alda Deusanio, così come mangiare un'aragosta non è sostanzialmente diverso dal mangiare pane e salame. E per come la vedo io, se il pane e salame mi soddisfa più dell'aragosta, be', viva la salama e al diavolo l'aragosta.

Continua...

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