Racconti scritti per forza, di Giorgio Caproni

«Oggi non c’è dubbio per qualunque persona sensata che Caproni sia tra i massimi e più originali poeti del dopo-Montale.» Così esordisce Pier Vincenzo Mengaldo nelle pagine dedicate a Giorgio Caproni, in La tradizione del Novecento (Bollati Boringhieri).

Ma, oltre all’eccellente poeta e traduttore, c’è un altro Caproni, il Caproni narratore, di cui oggi si sa poco. Eppure, al pari di alcuni altri grandi poeti, penso a Montale o Saba, tanto per fare un paio di nomi, possedeva un senso della narrazione innato.

Bene, per i tipi della Garzanti, Adele Dei ha curato e riunito in un volume i racconti del poeta dei Versi livornesi. Già il titolo, Racconti scritti per forza, molto caproniano, ci dice che di fatto furono scritti, tra la fine degli anni trenta e la fine degli anni quaranta, soprattutto per questioni economiche, ma ciò non toglie nulla alla qualità della scrittura caproniana.

I temi e le ambientazione dunque non possono fuggire il periodo storico così drammatico. Il testo però non si apre con un racconto ma con un romanzo, La dimissione, tanto agognato e mai portato a termine dal poeta. La storia è quella di Mariano Gruker, ufficiale dell’esercito che di punto in bianco viene incaricato di riportare il senso dello Stato tra la gente dura dell’Alta Val di Trebbia.

Il romanzo però non venne mai finito per ragioni pratiche: le traduzioni, il lavoro di maestro delle elementari e soprattutto il lavoro di poesia. C’è da aggiungere che sul piano linguistico, possiamo liberamente affermarlo, si sente nel romanzo una prosa un pochino invecchiata, per così dire.

Sembra paradossale ma, a mio modesto parere, i migliori risultati sono venuti proprio in quei racconti scritti per forza, cioè scritti non per esigenze di tipo artistico, ma per soddisfare, nei limiti del possibile, esigenze di natura economica.

Mi riferisco ai nuclei successivi al romanzo mai finito, ovvero i racconti di guerra e partigiani, in cui Caproni utilizza una prosa meno aulica, che insomma tende meno al “vizio” di fare poesia, anche se i due percorsi sono nettamente divisibili, qui si tratta di una prosa più ancorata alla realtà, più fluida e immediata, esaltata anche da Calvino.

È facile riscontrare anche un certo grado di autobiografismo, sia per il carattere simile a quello dell’ombroso genovese, sia per i temi affrontati. Dietro alcuni personaggi, come quello di Marcellino, si nasconde spesso lo stesso Caproni che, non dimentichiamolo, la guerra l’ha vissuta in prima persona, così come pure ha partecipato attivamente alla Resistenza. L’esperienza, com’è naturale, lo segnerà profondamente e lo racconterà nel diario Giorni aperti.

Seguono i racconti del Dopoguerra, dove Caproni si concentra sulle rovine e sulle illusioni di un nuovo inizio. Chiudono la silloge i Racconti di terra e di mare, in cui il filo conduttore è proprio il mare «mercantile con qualche metafora».

Si sa che Caproni avrebbe tanto voluto riunire in volume i suoi lavori in prosa, si sa anche che ci lavorò a lungo senza però portarlo a terminare perciò non sapremo mai quale potesse essere la sua idea a riguardo. Oggi finalmente abbiamo il volume, grazie però alla dedizione di Adele Dei, «Ma questo» la Dei chiude così l’introduzione, « inutile, nasconderlo, è un altro libro.»

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