Più libri più liberi 2012, la bibliodiversità e l’editoria a pagamento

Anche questo è un libro è lo slogan dell’undicesima fiera nazionale della piccola e media editoria. Anche questo è un editore? Potremmo chiederci.

Sì, perché all’interno della fiera romana Più libri e più liberi ha avuto luogo un fenomeno particolare: da un lato editori (piccoli e medi) che si battono contro l’editoria a pagamento, dall’altro questi ultimi che avevano il loro stand in bella vista.

Fiera nazionale della piccola e media editoria 2012

All’orizzonte c’è un intervista a Marco Polillo, presidente dell’Associazione Italiana Editori, che, a proposito dell’editoria a pagamento ebbe a dire:

L’editoria è una cosa. Il pagamento diventa una cosa diversa, nel senso che l’editore fa questo mestiere rischiando qualcosa del suo, perché crede nel prodotto che fa e crede nel fatto di portare al pubblico attraverso librerie e grande distribuzione testi che possono piacere o no. L’editore a pagamento in realtà è uno stampatore. Nel senso che se non trovo una casa editrice che pubblica magari trovo uno stampatore disposto a stampare un certo numero di libri, magari da regalare a Natale ad amici e parenti. Chi pensa di fare l’editore facendosi pagare non è più automaticamente un editore. Anche perché questi editori a pagamento dicono che sono in grado di mettere in distribuzione i libri che stampano, ma non è così, al massimo mettono alcune copie presso librerie amiche, ma non è distribuzione quella. Sono contrarissimo agli editori a pagamento.

Belle parole, purtroppo snobbate nella realtà dei fatti. Scrive in proposito Carolina Cutolo in un interessante articolo dal titolo Se è a pagamento non è editoria:

Sorprende non poco quindi, alla luce di questa significativa dichiarazione di Polillo, scoprire dalla cartella stampa di Più Libri Più Liberi che fra gli espositori figurano ben 26 editori a pagamento. Non dovrebbe la più importante e influente associazione italiana di editori avvalorare le parole con i fatti e fare a sua volta una scelta di qualità tenendo fuori dalla fiera gli editori a pagamento, cosicché agli occhi dell’aspirante scrittore non si mimetizzino e confondano con gli editori invece degni di questo nome?

È utile, in quest’ottica, leggere il Manifesto dell’Osservatorio degli Editori Indipendenti, firmato da settantasei editori indipendenti e distribuito gratuitamente alla fiera Più libri più liberi. Un manifesto che parla di bibliodiversità e che così comincia:

Siamo in un paese che considera la cultura un «bene improduttivo». «Con la cultura non si mangia» ha detto un ministro della Repubblica non molto tempo fa. Inutili, e forse dannosi, gli investimenti culturali, bubboni di una logica statalista in dismissione. Chi si gingilla con la cultura è perché ha tempo da perdere, lo fa per svagarsi, magari per darsi un tono. E libere le cicale di trastullarsi nei loro vizi, ma che non vengano a chiedere soldi allo Stato. Lo Stato ha missioni più urgenti: smantellarsi, vendere appetitosi bocconcini di pubblico a chi sa profittare dell’aria che tira, spartire le briciole tra quelli che restano. Un ventennio di berlusconismo ha declinato in salsa nostrana ciò che altrove il neoliberismo predicava con formule più autorevoli. Un ventennio che non ha fatto altro che ratificare una logica della dismissione di cui gli investimenti culturali sono stati il fiore all’occhiello. Via le biblioteche, via i fondi per la lirica, via la scuola pubblica, via le compagnie teatrali, via i ricercatori dalle università. Un ventennio che ha coronato la continuità di un paese che per quote del bilancio statale in investimenti culturali si colloca da sempre tra quelli del Terzo mondo. Da sempre. Noi piccoli editori viviamo e lavoriamo tra queste macerie.

E prosegue:

Occorre considerare il libro anzitutto una risorsa, per tutti e di tutti. Il libro inteso come ecosistema complesso, nella varietà delle sue forme e delle sue articolazioni, nelle sue diversità bibliografiche e nell’estensione dei viventi che lo abitano. Dire “bibliodiversità” significa immaginare i soggetti vivi, fatti di carne e ossa, che tale “bibliodiversità” fanno esistere, siano essi autori, editori, librai, docenti, bibliotecari o lettori. Dire “bibliodiversità” significa che qualcuno, in un dato momento della filiera del libro, si è posto il problema dell’esistenza e dell’importanza della diversità, forse sommandolo a quello della vendita o magari per un momento mettendo quest’ultimo da parte.

Riflessioni giuste e pienamente condivisibili che però devono cozzare con la scelta dell’AIE di mettere tutte le case editrici sullo stesso piano (tanto è il fatturato che conta, mica la passione che uno ci mette a fare i libri…) alla fiera Più libri più liberi. Più libri, di certo. Per i più liberi, nutro molti dubbi se non si comincerà a chiamare le cose con il proprio nome.

Foto | Luigi Milani

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