Inoltra questo libro a cinque amici, che se no porta sfortuna: il racconto di Marco Roncaccia

Continuiamo anche oggi col presentarvi un racconto della raccolta Inoltra questo libro a cinque amici, che se no porta sfortuna, ringraziando nuovamente gli autori che ci hanno permesso di pubblicare le loro opere sul nostro sito.

Il racconto di oggi si intitola Cinasca contro Soares, il cui autore è Marco Roncaccia. Per leggere il racconto di oggi e commentarlo cliccate su continua, mentre per leggere gli altri racconti già pubblicati cliccate qui per quello di Manuela Lo Prejato, e qui per quello di Gabriele Camelo. Buona lettura!

Roma, 11/9/2003
Carissim@ sconosciut@,
oggi mi sento inquieto. Questa sensazione in realtà mi accompagna dalla nascita ma solo da due anni a questa parte sono riuscito a dargli un nome. Sia per quel che è successo, sia perché risale a quel periodo la lettura di questo libro che tra non molto affiderò ai sedili di un treno, alle gallerie di un metrò.
Contrariamente al solito, stamattina, ho preso in considerazione una delle molteplici catene di santantonio che viaggiano per mail. Mi si chiedeva di aderire ad una campagna di bookcrossing dal titolo “attentato poetico”.
Non so esattamente perché faccio questo, forse è un segno dei tempi che le domande non previste dal palinsesto globale viaggino dentro la bottiglia di un vagone che galleggia in un tunnel sotterraneo, pronte come un seme a germogliare ed a guadagnare nuovamente il cielo.
Se le vibrazioni che emanano da queste pagine, come per il fenomeno della consonanza, troveranno dentro di te qualcosa che si muove alla stessa frequenza, sarò contento di ricevere da te riflessioni, pensieri, emozioni. Per questo di seguito lascio il mio indirizzo e mail.
Marco.

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Da: Andrea Cinasca
A: Marco
Inviato: venerdì 14 novembre 2003 17.54
Oggetto: Note sporche
Pioggia che cade intensamente.
Ombrelli aperti sfidano inutilmente un cielo basso e opprimente. Freddo, umidità. Sui vestiti, nelle ossa, nell’anima.
Un caffè prima del viaggio verso il lavoro. Tra le occhiaie assorte dei giocatori di videopoker e sorrisi e canzoni da un teleschermo in alto appena sotto al soffitto.
Se fossi in un’altra città tutto avrebbe un colore, un sapore, un odore.
Tutto emanerebbe.
Ma qui, nel bar sotto casa, sembra che le cose esistano solo perché c’erano ieri.
Le stesse occhiaie riflettono luci colorate, la stessa signora dietro al banco misura gocce di cognac, lo stesso caffè che cade su una pagina del mio taccuino.
Note sporche di realtà più di ciò che descrivono.
Vivo questo presente come un ricordo.

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Da: Andrea Cinasca
A: Marco
Inviato: lunedì 17 novembre 2003 01.34
Oggetto: Inadeguatezza
A volte credo che niente sia casuale. Poi, a fronte di avvenimenti, rifuggo le catene di causa ed effetto e la pregnante banalità delle metafore e torno a contemplare il caos.
Durante il breve percorso che dalla metropolitana porta alla stazione sento che il mio passo è ostacolato da qualcosa. Guardo in basso e vedo metà della suola di gomma della mia scarpa destra ripiegata contro il terreno.
Continuo a camminare. La mia andatura è quella di uno zoppo. Devo trascinare quasi il piede destro perché appena lo alzo da terra la parte pendula della suola si ripiega su se stessa rischiando di farmi inciampare. Mi guardo intorno e cerco di ricordare quali negozi ci sono in
questo punto di Via Baldo degli Ubaldi. Se riesco a trovare della colla istantanea, penso, potrò sistemare la mia scarpa e procedere.
Niente.
C’è solo un bar.
Mi accorgo di essere osservato, dai passanti, dal personale della stazione.
Sento una sorta di vergogna.
Una voce che percepisco accusatoria mi raggiunge: Si è perso qualcosa!
Mi volto e vedo l’intera suola della scarpa sinistra alcuni metri dietro di me ed una scia di frammenti di gomma e trucioli che conduce ai miei piedi.
Ringrazio impacciato ed imbarazzato la signora. Raccolgo la suola, strappo con un gesto secco l’altra da sotto la scarpa destra, per pareggiare l’altezza di ciò che rimane delle mie calzature e torno verso la metropolitana.
Sbaglio l’ingresso e l’impiegata mi dice: si entra dall’altra parte.
Con la coda dell’occhio osservo preoccupato la scia che mi sto lasciando dietro. Solo uno strato di qualcosa che somiglia al sughero separa i miei piedi dal suolo.
Entro nel varco e sbatto contro la sbarra del congegno di entrata azionato dall’obliterazione. Non ho il biglietto. Retrocedo e cerco di entrare nel varco abbonati.
Impietosa l’impiegata mi chiede di mostrargli la tessera.
Cerco nervoso nel portafoglio.
Gliela mostro.
Procedo.
Continuo a produrre la scia di detriti e di sguardi ironici dei signori viaggiatori.
Lo strato di sughero si assottiglia passo dopo passo.
Mi sento sulla gogna, additato al pubblico disprezzo.
Mi sembra di sentire una voce fuori campo
Andrea Cinasca, essere inutile,
lavoratore sociale eternamente precario,
eternamente laureando a dispetto dei capelli bianchi,
zimbello della tua stirpe che da generazioni fatica arrancando passo dopo passo nella graduatoria sociale, per affrancare le proprie piante dei piedi dal ruvido contatto col terreno, guarda tuo padre, parsimonioso e morigerato, le sue calzature sono sempre in forma e lucide.
Le porte scorrevoli si aprono. Entro nel vagone. Quale occasione migliore per un fortuito incontro di conoscenti. Sono costretto ad affrontare una conversazione.
Di cortesia. In superficie. Li intrattengo sperando che non guardino in basso, rigido, incollato all’apposito sostegno per non dover muovere le gambe.
Scendono. Mi distraggo pensando.
Penso al livello di guardia proclamato alto dalla radio sveglia questa mattina, a rischio attentati sono soprattutto le metropolitane di Roma, Milano, Napoli, penso ai tagli alla spesa sociale,
penso alla scadenza prossima del mio contratto di collaborazione, penso all’affitto da pagare,
torno alle mie scarpe che continuano a decomporsi.
Scendo ad Ottaviano.
Nel mio immaginario è la fermata con un negozio di scarpe al minor numero di passi dall’uscita della metro.
Esco con passo sicuro dal negozio.
Niente presagi.
Solo entropia innanzi a me
Dietro una commessa che toglie pezzetti di gomma e trucioli dal marmo lucido della soglia del “Paradiso della scarpa”.

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Da: Andrea Cinasca
A: Marco
Inviato: Lunedì 1 Dicembre 2003 19.24
Oggetto: Amo la città che odio
Sciopero generale dei trasporti, costretto in automobile, guardo il lento fluire del traffico.
Il cielo è grigio ma la visuale è buona dalla sopraelevata.
Non mi è mai capitato di osservare il panorama che da qui si affaccia sul lato est di Roma.
I monti in fondo segnano l’ultimo orizzonte.
Code tante ma, nel mio immaginario, questo tratto di tangenziale è smog, prospettiva nulla, ragionier Fantozzi che si getta dalla finestra per prendere al volo un autobus troppo affollato, tristi appartamenti cui è negata la via di fuga dalla rampa per la Via Prenestina.
Pregiudizi che impediscono di alzare lo sguardo.
Vedo quartieri, stili architettonici, periodi storici succedersi, dalle vicine palazzine ai casermoni prima ed oltre il raccordo.
Penso a questa città che odio, alla ignorante retorica tracotante di storia millenaria e di recente trofeo calcistico.
Al centro storico, enorme club Med con centurioni posticci al Colosseo, che fagocita arrogante territori e, dopo il suo passaggio, nemmeno più un filo d’erba.
Ai Pani che da Via Merulana vengono erogati dalle dame della carità in luogo delle “politiche sociali” annunciate dalla targa a lato del portone dell’assessorato.
Ai Circhi dell’intrattenimento, al giochetto di prestigio del pollice alto o pollice verso che da l’illusione di una scelta; penso alla gioia di tutte le mie partenze ed alla delusione dei ritorni.
Un Aereo si appresta a discendere, il cielo si esibisce in una inedita scala di grigi e azzurri, trovo divertente questa visuale. Sento di amare mio malgrado tutto ciò. Alcuni colpi di clacson segnalano alcuni metri di vuoto innanzi a me.

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Da: Andrea Cinasca
A: Marco
Inviato: Martedì 2 Dicembre 2003 00.24
Oggetto: Deflagrazioni
Porte scorrevoli si chiudono, sibilando.
La punta del naso di un vigilante premuta dall’esterno contro il vetro, uno guardo severo verso i nuovi arrivati.
Un ragazzo ed un bambino. Carnagione scura. Entrambi.
La vettura riparte.
Il bambino è piccolo, molto piccolo, 4, 5 anni al massimo.
Esile, poco meno o poco più di un metro.
Ha i capelli rasati con un ciuffo più lungo davanti.
Il ragazzo è di spalle, la sua giacca descrive il profilo innaturale di qualcosa che è sotto.
Qualche sguardo interlocutorio da sopra i giornali.
Un urlo lancinante dal basso assale i signori viaggiatori
CIUAUA!
Preceduto da cinque brevi note accennate da una fisarmonica, materializzatasi dal pastrano.

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Da: Andrea Cinasca
A: Marco
Inviato: martedì 9 dicembre 2003 22.41
Oggetto: Fuoriuscite
Dice: Ma che sei nero?
Dico: Scusi?
Dice: Qui sembrate tutti incazzati, ma che avete?
Mento: Sarà una sua impressione!
Dice: Ma che lagna questa musica, bambina ti do un euro, basta che la smettete
Penso: Ecco, brava, parla con la bambina e lasciami leggere
Dice: Ti piace leggere, lo sai che ho scritto una commedia? La vuoi leggere?
Dico: Preferirei prima finire il mio libro
Sbuffa: Ma perché voi preferite tutti le tragedie?
Dico: …
Dice: Che caldo in questo treno!
Mi scappa: Si fa caldo
Dice: Su una cosa siamo d’accordo
Dico: …già
Dice: Di che colore è il caldo? Di che colore è il caldo? Di che colore è il caldo?
Dico: non so
Dice E’ trasparente!
Dico: va bene
Dice: di che colore è il caldo?
Ripeto: trasparente
Dice: No, è rosso
Dice: di che colore è il caldo?
Dico: lo sai tu
Dice: E’ Verde, anzi è Viola, è Rosso, no è Viola
Dico: …
Dice: io scendo
Dico: …
Dice: ciao
Dico: …
Dice: Ho detto ciao
Rispondo: Ciao
Prende una borsa da cui fuoriescono dei fogli,
Prende un sacchetto dal quale fuoriesce una stampante a getto di inchiostro,
Fuoriesce!
Dentro al vagone si mischiano neuroni abbandonati
i suoi, i miei, quelli degli sghignazzanti spettatori, quelli di colui che ha scritto il libro che ricomincio a leggere.

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Da: Andrea Cinasca
A: Marco
Inviato: domenica 04 gennaio 2004 01.41
Oggetto: Vendetta.
Insonnia, pagina bianca sul monitor che accompagna ricordi di tempi migliori.
I tempi tendono a migliorare quando diventano ricordi, lo dice la legge più banale dell’universo.
Il passato prossimo si allontana di secoli ogni secondo, il tempo si dilata fino alla mitologia.
Nostalgico e malinconico come un vecchio, faccio congetture su come sarebbero andate le cose se...
Se! Per ognuno un io differente.
Embrioni sarcastici nel frigo dell’immaginazione.
Un numero sterminato di persone che hanno deciso di vendicarsi.
Stanotte.

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Da: Andrea Cinasca
A: Marco
Oggetto: Liberazione di un libro
Inviato: lunedì 05 gennaio 2004 12.23
La metro, spazio che schizza e tempo sospeso. Sopra le pagine di un libro osservo le facce dei passeggeri, casuali, nel vagone come nella vita.
Mi piacerebbe per un momento abbandonare l’atteggiamento condiviso del passeggero, fare come i mendicanti, alzarmi e dire ad alta voce: “Signore e signori, ascoltatemi un momento, vorrei sottoporvi alcune domande. La prima è: provate anche voi la mia stessa inquietudine? Hanno raccontato anche a voi la storiella dell’amica (per assumere credibilità bisogna tirare necessariamente in ballo un conoscente) che vede un portafoglio sotto al sedile in metro e che, aprendolo, trova il numero di telefono del proprietario, chiama e concorda un appuntamento per la restituzione. Questi, dalle fattezze tipicamente nordafricane (ma guarda un po’!), per sdebitarsi dice all’ignara amica del narratore: ”Per dimostrarti la mia gratitudine ti do un consiglio: non
prendere la metro nel periodo di Natale”
No, non mi riferisco a questo genere di paura e di insicurezza.
Piuttosto alla comune condizione esistenziale, al trascorrere degli istanti che ci avvicina alla morte. Anche per voi la vita si consuma senza un senso apparente, sprofondata nelle sabbie mobili del quotidiano, dell’abitudine? Non vi capita di pensare che la religione sia solo un esile ombrello sotto il rovescio dell’angoscia? Non dubitate del fatto che la Famiglia possa essere una gabbia più che un riparo? Riuscite veramente a non pensarci?”
Se avessi meno pudore giuro che lo farei...
invece di indossare questa faccia convenzionale mentre senza farmi notare lascio un libro sul sedile prima di scendere, e poi andrei soddisfatto a scriverlo.

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