Ricardo Menéndez Salmón alla Casa delle Letterature

Nella splendida cornice della Casa delle Letterature a Roma, Ricardo Menéndez Salmón ieri ha incontrato il pubblico e i giornalisti per presentare il suo libro L’offesa (Marcos y Marcos).

Lo scrittore spagnolo, alto, magro, capelli ricci, occhiali da vista che nascondono in parte una faccia simpatica, è nato a Gijón nel 1971. Ha studiato filosofia. Benché sia piuttosto giovane, ha già conquistato la bellezza di quaranta premi, tra cui il premio Juan Rulfo, uno dei più prestigiosi riservati alla letteratura in lingua spagnola.

Lo affiancano Carlo D'Amicis, scrittore e redattore di Fahrenheit, e Matteo Lefèvre dell’Università di Tor Vergata.

Il dialogo inizia subito ed è serrato, il romanzo viene messo sul tavolo e sezionato come un cadavere. Il punto di partenza è proprio l’idea di base del romanzo: il rapporto del protagonista col proprio corpo, e la sua perdita di sensibilità di fronte all’orrore della guerra.

Kurt, il protagonista, è un semplice sarto che il caso ha voluto scaraventare nel turbine della Seconda Guerra Mondiale, e durante una rappresaglia il suo capitano dà l’ordine di trucidare novantuno civili. Ma perché proprio a Kurt capita di recepire in maniera così radicale la violenza? Innanzitutto, risponde lo scrittore, perché Kurt rappresenta la normalità, è l’emblema della normalità, della regolarità quotidiana, che in un preciso momento storico viene travolto dal caos della guerra.

Di fatti, puntualizza D’Amicis, l’inizio del libro è quasi elegiaco, fatto di esperienze sensoriali, in cui l’autore però utilizza una scrittura analitica, poi c’è la rottura, il corto circuito che provoca l’insensibilità.

A questo punto la domanda di Matteo Lefèvre è inevitabile: «In cosa consiste l’eccezionalità di Kurt». «Ho voluto Kurt» risponde Ricardo, «senza creare un individuo straordinario, un uomo semplice coinvolto, suo malgrado, nella Seconda Guerra Mondiale».

Un personaggio speculare a Kurt, conferma più tardi Ricardo, è proprio il suo capitano che incarna invece l’esaltazione bellica, tant’è che un suo semplicissimo ordine ha stroncato la vita di novantun civili, e quando Kurt, diciamo così, cade malato il capitano rimuove il suo soldato. Due visioni della guerra contrapposte, ma necessarie, e del Nazismo «che ha sistematizzato anche filosoficamente il Male».

Insomma, viene da pensare, questo è un romanzo che affronta temi giganteschi: la morte, il dolore, l’orrore. E la storia di Kurt, antiretorica e priva di finale consolatorio, ci insegna che non ci si può liberare dal dolore, anzi, la memoria è quel meccanismo che ci tiene legati al dolore. Dal peccato non ci si libera mai e certe volte ricordare è addirittura necessario.

Non a caso, alla fine del libro Kurt ritrova il suo capitano, in una serie di scene che ricordano alcune esperienze cinematografiche surrealiste di Luis Buñuel, in cui Kurt non potrà fare a meno di riallacciarsi al passato.

Per far risaltare meglio questo principio della memoria, lo scrittore utilizza una terza persona onnisciente, che ogni tanto si intromette nella narrazione con brevi digressioni filosofiche, ma in generale rimane oggettiva, lontana, «insomma» dice Ricardo «un narratore che narra dalla contemporaneità» che appunto non può fare a meno di ricordare.

Ed è proprio in quest’ultimo contesto che arriva una domanda estremamente interessante: «Che cosa rappresenta» chiede D’Amicis «per Kurt, e per l’autore, l’elemento del riscatto attraverso l’arte?». «So bene che l’arte» risponde Ricardo Menéndez Salmón «è un gradino sotto la possibilità di riscattarsi dalla vita […] Ma in assoluto non credo che l’arte possa salvare, semmai consolare […] è proprio scrivendo che si affronta il dolore, proprio perché se ne parla».

Giusto il tempo dei ringraziamenti, dei saluti e del consueto applauso di chiusura. Riusciamo, però, a strappargli l’autografo e una dedica.

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