Il dio di carta, vita di Erich Linder, di Dario Biagi

Erich Linder, il più influente, autorevole agente letterario del nostro dopo guerra, muore nel 1983, in un momento in cui l’editoria italiana è in piena trasformazione per diventare quella mostruosa macchina industriale che oggi conosciamo. Coerentemente alla sua visione e al suo gusto, Linder se ne va in punta dei piedi. Eppure, per un trentennio, nel mondo editoriale non si è mossa foglia senza il suo consenso.

Ebreo, nato a Leopoli (allora terra polacca) nel 1924, trascorre l’infanzia a Vienna, città con la quale avrà un rapporto di odio-amore: parlerà sempre in tedesco viennese, ma dopo esserne stato cacciato, con l’ascesa al potere di Hitler, come cittadino di serie b, non ci tornerà più a vivere.

I Linder trovano riparo a Milano, Erich ha dieci anni e deve darsi da fare per aiutare la famiglia. Il suo ingresso nell’editoria avviene nel modo più inaspettato: prima con la composizione delle tavole poi con la traduzione di Topolino, la casa editrice è la Mondadori. Sarà proprio la conoscenza delle lingue inglese tedesco polacco, e le sconfinate letture, il vero punto di forza di Linder.

Con le leggi razziali il padre viene mandato nel campo di concentramento di Ferramonti, in Calabria, mentre la madre riesce a riparare in Val d’Aosta dove rimarrà fino al termine della guerra. E qui comincia la straordinaria storia di Linder: si rifugia a Firenze, ospite di Romano Bilenchi, e con una falsa identità riesce a farsi assumere dai tedeschi come traduttore. Quando gli Alleati giungono nei pressi della Linea Gustav, Erich scappa a Roma e appena le truppe anglo-americane entrano nella città eterna, colpo di scena, si fa assumere come traduttore, ma stavolta con la sua vera identità.

Finita la guerra, la famiglia Linder si riunisce a Milano. È ancora la traduzione a tenerlo a galla, e a inserirlo nell’editoria che conta e infine nell’agenzia letteraria ALI di Augusto Foà. La svolta arriva nel ‘48: Augusto Foà muore lasciando l’agenzia al figlio Luciano, quest’ultimo però accetta un’offerta di lavoro dell’Einaudi, lasciando il comando dell’agenzia nelle mani di Linder.

In breve Erich diventa il vero dominatore del panorama letterario italiano, una quantità incredibile di scrittori, stranieri e italiani, entrano nelle sue grazie: da Brecth a Thomas Mann, da Salinger a Philip Roth; da Calvino a Sciascia, da Soldati a Niccolò Tucci, dalla Morante a Enzo Biagi. Ma farne l’elenco sarebbe davvero impossibile, dato che il suo catalogo comprendeva più di diecimila autori.

La straordinaria storia di Erich Linder ce la racconta Dario Biagi in Il dio di carta (Avagliano, 2008), un libro scritto con gusto, avvincente come un romanzo, ci restituisce il ritratto di un uomo e di un’epoca in cui i libri non erano solo un prodotto commerciale. Era l’epoca in cui si “fabbricavano” pochi best sellers per potersi permettere il lusso di pubblicare libri di eccelsa qualità letteraria. Un’epoca in cui i libri non erano solo una questione di grafica o di editing.

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