L'offesa, di Ricardo Menéndez Salmón

«Come reagisce il corpo dell’uomo in presenza dell’orrore?». È l’interrogativo a cui risponde lo splendido libro L’offesa (Marcos y Marcos, 2008) di Ricardo Menéndez Salmón, che in Spagna ha avuto un successo straordinario diventando un vero e proprio caso letterario.

Kurt Crüwell è destinato a proseguire il lavoro di suo padre, un sarto rinomato di Bielefeld. Ma tra la sua quotidianità, con i suoi ritmi lenti e, infine, la famiglia e la relazione con Rachel Pinkus, una giovane e bella ebrea, si intromette «un suo compatriota di nome Hitler». Così Kurt viene arruolato nell’esercito tedesco: sta per scoppiare la Seconda Guerra Mondiale.

Di stanza a Saarbrücken, la vita militare sembra annoiarlo profondamente, tuttavia Kurt impara a usare pistole e fucili, ma soprattutto impara a guidare il sidecar, con il quale scarrozzerà nei dintorni di Saarbrücken, insieme al capitano Löwitsch.

In uno dei viaggi al castello dove si trova il posto di comando, capeggiato da Heinz Guderian, Kurt apprende che la situazione è cambiata drasticamente. Di fatto, Hitler ha già invaso la Polonia, in pochi giorni invade anche il Belgio, ma a quel punto bisogna affrontare la Linea Maginot, dai francesi ritenuta invalicabile.

Ai tedeschi non rimane che aggirarla passando per le Ardenne. Tra le cinquanta divisioni che, attraverso il Belgio e i Paesi Bassi, penetrano in una Francia sbigottita, ci sarà anche il 19° corpo corazzato di Guderian. Il gruppo d’avanguardia di cui fa parte Kurt, sempre a cavallo del suo sidecar e con il capitano Löwitsch.

Dopo l’invasione della Francia, la maggior parte delle forze armate si sono spostate sul fronte russo, anche la vita militare di Kurt sembra essere ritornata alla calma, nel limite del possibile. In ogni caso, Kurt è talmente assorbito e sereno da dimenticarsi quasi della sua famiglia a Bielefeld, di Rachel, anche. Decide quindi di passare il Natale del 1940 in questa cittadina dove è di stanza: Roscoff «una cittadina murata di fronte al mare, nella Bretagna occupata».

È il 2 gennaio del 1941 la data in cui le cose cambiano. Mentre l’intero accampamento sonnecchia, un cavallo galoppa veloce verso di loro, ma in groppa c’è un uomo morto e decapitato, per di più dal morso del cavallo pende un cartello con la scritta MERDE. A quel punto il capitano Löwitsch ordina a una ventina di soldati di mobilitarsi, e naturalmente Kurt dovrà accompagnarlo con il sidecar. Destinazione Mieux.

Mieux è poco più di un paesino, una piazza, una chiesa, case. A Kurt la vita militare comincia a non apparire più tanto noiosa. Il capitano ordina il rastrellamento. Novantuno persone vengono radunate: donne vecchi e bambini. Nessuna distinzione. La lezione dev’essere dura, esemplare. Ma nessuno di loro parla, nessuno sembra sapere nulla dell’uomo decapitato e del cartello. E viene il dubbio che, forse, nessuno lo sappia sul serio.

L’ultimo a entrare nella chiesa è «un bambino poliomielitico, che si aiutava con una stampella rudimentale». Attorno all’edificio vengono accatastate sedie, tavolini, scope. L’ordine del capitano Löwitsch di appiccare il fuoco, arriva con un grido lancinante. Prima di svenire, Kurt fa giusto in tempo a vedere un soldato che scatta fotografie, mentre un altro apre un cavalletto su cui sistema una grossa macchina da presa, è una Paillard da sedici millimetri.

La trama ovviamente non finisce qui, pur nella sua brevità, si snoda nella seconda e nella terza parte del libro: il ricovero in ospedale di Kurt, la malattia mentale in cui versa causata dall'orrore dell’eccidio – che è anche la risposta all’interrogativo di fondo -, l’incontro con il dottor Lasalle e con Ermelinde l’infermiera, e infine la fuga in Inghilterra dove, la guerra è ormai finita, si consumerà il finale vero e proprio.

Una storia che induce alla riflessione sulla guerra, gli orrori e le assurdità che provoca. Una storia raccontata con una prosa elegante e tagliente, senza sbavature, che si legge dunque d’un fiato. Merito anche della traduzione di Claudia Tarolo, se con un linguaggio esatto e così appropriato questo scrittore ci dà la risposata all’interrogativo iniziale: di fronte all’orrore, il nostro corpo reagisce con la perdita della sensibilità.

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