Il marinaio nell'armadio, di Hugo Hamilton

E' sempre così con le storie che ci piacciono: quando finiscono ci lasciano una specie di languorino, e ci piacerebbe che continuassero, in qualche modo. Sarebbe una favola: ogni volta che si apre un libro, risentire la all'infinito la stessa storia che ci piace, uguale eppure ogni volta diversa.

E' per questo che ci affezioniamo a determinati scrittori, e una volta letto un libro, inevitabilmente compriamo tutti gli altri, semplicemente vedendo il nome del nostro autore preferito in copertina.

Per chi ha amato "Il cane che abbaiava alle onde" dell'irlandese Hugo Hamilton, la seconda parte dell'avventura è davvero imperdibile. Nel "Marinaio nell'armadio", infatti, ritroviamo ancora una volta la storia del nonno di Hugo (il marinaio inglese la cui unica traccia in casa è una fotografia nascosta dal padre di Hugo in fondo all'armadio), oltre che alle battute sapienti della madre tedesca, che cerca di addolcire il marito nelle sue intransigenze.

Il padre di Hugo, infatti, proibisce di parlare in inglese in casa, dove sono ammessi solo il tedesco e il gaelico e, come al solito, è sempre in cerca di un modo per cambiare l'Irlanda, importando dall'estero prodotti inesistenti in patria.

Questa volta però è Hugo ad essere diverso: è lui che ha voglia di farsi il "lavaggio del cervello" per s-ricordare le brutte storie del nazismo che ancora la madre narra ogni tanto, la sera, recitando eternamente scene di guai e sofferenze di fronte ai loro occhi pesanti di sonno.

E allora Hugo si fa lavare la faccia dall'aria fresca del porto, dove va a pescare sgombri e aragoste, e a dimenticare il passato grazie ai racconti grandiosi di Parker, il suo migliore amico, uno che trasforma una giornata normale in una "leggenda".

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