Moby Dick di Herman Melville ricordato con un Doodle di Google

Moby Dick di Herman Melville ricordato con un Doodle di Google

Il giurista e filosofo politico tedesco Carl Schmitt (1888-1985) disse di Herman Melville e del suo capolavoro Moby Dick:

Melville è per gli oceani del mondo quello che Omero è per il Mediterraneo orientale. In un formidabile romanzo, Moby Dick (1851), egli ha scritto la storia della grande balena Moby Dick e del suo cacciatore, il capitano Achab, e creato così il più grande epos dell'oceano in quanto elemento.

Herman MelvilleEd è proprio a questo “grande epos dell'oceano in quanto elemento” che oggi Google dedica il suo Doodle. Si compiono oggi, infatti, 161 anni dalla pubblicazione di Moby Dick, il capolavoro di Melville nonché una delle opere fondamentali della letteratura americana e mondiale.

L'influenza di questo romanzo sulla cultura di vari popoli è stata grandissima e ancora oggi alcuni modi di dire trovano il proprio riferimento in Moby Dick. Non dimentichiamo, inoltre, che un cetaceo del miocene affine ai moderni capodogli è stato chiamato Leviathan melvillei, proprio a ricordo di Herman Melville e del suo Modby Dick.

Leggiamo in Moby Dick:

Ci sono certe bizzarre circostanze in questa strana e caotica faccenda che chiamiamo vita, che un uomo prende l'intero universo per un'enorme burla in atto, sebbene non riesca a vederne troppo chiaramente l'arguzia, e sospetti anzichenò che la burla non sia alle spalle di altri che le sue. Egli ingolla tutti gli avvenimenti, [...] non importa quanto indigeribili, come uno struzzo dallo stomaco robusto inghiotte pallottole e pietre focaie. E quanto alle piccole difficoltà e afflizioni, le prospettive d'improvvisa rovina, di pericolo della vita o del corpo, tutto questo, e perfino la morte, gli sembrano ingegnosi e amichevoli colpi, allegre spunzonature nei fianchi, somministrati dall'invisibile e inspiegabile vecchio mattacchione.

Celebre l'incipit – Chiamatemi Ismaele – e da incorniciare l'explicit:

Liberato per via della molla ingegnosa e per la sua grande leggerezza venendo a galla con gran forza, il gavitello-bara balzò per il lungo, su dal mare, ricadde e mi galleggiò accanto. Sostenuto da quella bara, per quasi un giorno intero e una notte andai alla deriva su un mare morbido, funereo. I pescicani disarmati mi guizzavano accanto come avessero lucchetti alla bocca; i selvaggi falchi marini passavano coi becchi inguainati. Il secondo giorno, una vela s'avvicinò e finalmente mi raccolse. Era la bordeggiante «Rachele» che, nella sua ricerca dei figli perduti, trovò soltanto un altro orfano.

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