Stelvio Mestrovich, Delitto in casa Goldoni

Nonostante sia l’unico discendente del grande violinista Giuseppe Tartini, e nonostante se la cavi piuttosto bene con il violoncello, Giangiorgio Tartini non ha scelto di fare il musicista. Bensì di entrare in polizia.

Come il suo avo, Giangiorgio è nato a Pirano d’Istria, ma la sua città d’adozione è Venezia, città anfibia, irrimediabilmente aristocratica e viva. Tra i suoi canali, tra le sue calle l’ispettore capo si muove con la dovuta naturalezza. Ma anche con rispetto per tutta l’arte che contiene e sprigiona.

In questa Venezia che d’agosto scoppia di calore, che trasuda umidità, invasa dai turisti, l’ispettore capo Tartini si ritrova tra le mani un caso che man mano si fa sempre più complesso.

Il corpo di Santi Cangelosi viene rinvenuto nella Casa Museo Goldoni. Il fu Cangelosi era uno studioso del commediografo veneziano, anche bravo, pare. Ma non è tutto: la figlia di un ricco armatore viene rapita senza però che venga richiesto un riscatto.

Dal canto suo, l’armatore era perfettamente a conoscenza dei pericoli che correva la figlia. Le aveva assegnato una scorta, dei tipi violenti, le aveva addirittura trovata una sosia in grado di sostituirla a tempo debito.

Ma la figlia dell’armatore, Gabriella, non era tipo da farsi incastrare. Prima di essere rapita, aveva anche cominciato a frequentare un giovanotto siciliano, un certo Domenico Biondo che di mestiere faceva il madonnaro, insomma, uno di quegli artisti di strada che si guadagnano da vivere disegnando soggetti religiosi con i gessetti colorati.

Quali nessi logici possono mettere in collegamento queste persone e questi fatti? È complicata fin dall’inizio, questa indagine.

Nel frattempo, l’ispettore capo Giangiorgio Tartini conduce la sua vita: la passione per il cibo, le migliaia di sigarette Memphis Withe, la birra, le donne, Marco Aurelio e, naturalmente, la musica. La buona musica.

A un certo punto, si viene a scoprire che Santi Cangelosi, il morto ammazzato nella Casa Museo Goldoni, è siciliano ed è socio di una agenzia di onoranze funebre. Ma anche il madonnaro è siciliano. Così pure una delle guardie del corpo di Gabriella, la figlia dell’armatore.

Come se non bastasse, a complicare ulteriormente l’indagine intervengono altri due fatti di sangue: nel giro di poco tempo muoiono il madonnaro e il socio di Santi Cangelosi, il primo trovato morto in una delle piazze più affollate di Venezia, il secondo trovato sgozzato in appartamento nel centro di Palermo.

All’ispettore capo non resta che andare in Sicilia, a Castelbuono, per l’esattezza, dove ad attenderlo c’è il maresciallo Celso, un brav’uomo con il quale Tartini dovrà dipanare una matassa estremamente ingarbugliata, tenuta insieme proprio dal grande commediografo veneziano.

Ora, come dice giustamente Sabrina Marchesi nell’introduzione, soprattutto il secondo Novecento e questo inizio millennio sono il momento più produttivo per il giallo. Anche per il giallo italiano: basti pensare a Sciascia, Camilleri, Scerbanenco, Lucarelli, fino alle ultime novità come Faletti. Bene, questo semplice dato ci dice di quanto possa essere ancora vivo questo filone del giallo, sembra addirittura inesauribile.

Delitto in casa Goldoni, di Stelvio Mestrovich (Carabba editore), non è da meno. Anzi. Uomo complesso, combattuto e contraddittorio, l’ispettore capo Giangiorgio Tartini, è un personaggio riuscito tanto da avvicinarlo al Montalbano di Camilleri. E Mestrovich si è dimostrato bravo, non solo a impiantare il romanzo e a costruirne le premesse, ma, a mio avviso è questo il momento più difficile per un giallista, si è dimostrato altrettanto bravo nel risolvere la trama.

Delitto in caso Goldoni
di Stelvio Mestrovich
Rocco Carabba editore
pagg. 325

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