Sweeney Todd: leggi il primo capitolo/2

Ieri abbiamo pubblicato in esclusiva la prima parte del primo capitolo di Sweeney Todd. Il diabolico barbiere di Fleet Street, a cura di Cristiano Armati, tradotto da Anna Lamberti-Bocconi e Francesca Sansoni (Newton & Compton Editore), il libro da cui Tim Burton ha tratto il suo ultimo capolavoro con Johnny Depp.

Appartenente al genere letterario “Penny Dreadful” (prezzi bassi e sangue a volontà), Sweeney Todd è stato scritto secondo i filologi in tempi diversi da autori diversi, con il coordinamento dell'editore.

Adesso vi regaliamo la conclusione del primo capitolo. Cliccate su Continua per addentrarvi ancora una volta nelle torbide atmosfere gotiche di Sweeney Todd, lo spietato barbiere-assassino di Londra.

C’era una piccola folla radunata di fronte alla chiesa, perché i giganti stavano per battere le sette meno un quarto, e tra quella folla c’era un uomo che guardava la scena con enorme curiosità.

«Ora vedrai!», disse Sweeney Todd, «stanno cominciando; bene, è tutto davvero ingegnoso. Guarda il maciste che solleva la sua clava, e la fa calare di peso sulla vecchia campana».

Le figure batterono i tre quarti; e poi le persone che si erano fermate a vedere lo spettacolo, molte delle quali avevano visto la stessa esibizione ogni giorno per anni, se ne andarono, fatta eccezione per l’uomo che sembrava così profonda-
mente interessato.

Rimase lì, con un bel cane dal portamento fiero accucciato ai suoi piedi, che anch’esso guardava in su verso le figure; e che, vedendo con quanta attenzione le fissava il suo padrone, tentava di mostrare il maggiore interesse possibile.

«Cosa ne pensi, Hector?», disse l’uomo.
Il cane emise un breve piccolo lamento, e poi il suo padrone continuò: «C’è un barbiere là davanti: sarebbe una buona cosa radermi prima di andare a trovare le signore, perché devo vederle, sebbene per uno scopo molto triste, dato che devo dire loro che il povero Mark Ingestrie non c’è più, e Dio solo sa come ci rimarrà la povera Johanna: dovrei riconoscerla stando alla descrizione che me ne ha fatto Mark, povero ragazzo. Mi addolora ricordare come me ne parlava durante le guardie notturne, quando tutto taceva, e nemmeno un soffio di vento ci sfiorava le guance. Potrei addirittura credere di averla già vista, tanto mi parlava sempre dei suoi teneri occhi luminosi, delle sue gentili labbra imbronciate, delle fossette che aveva intorno alla bocca.

«Bene, bene, non è il caso di dispiacersi: è morto e se ne è andato, povero ragazzo, e l’acqua salata ora scorre attorno a un cuore tra i più valorosi che abbiano mai battuto. Per tutto ciò è giusto che la sua innamorata, Johanna, riceva il suo filo di perle; e se non potrà essere la moglie di Mark Ingestrie in questo mondo, almeno, povera piccola, che sia ricca e felice mentre ci vive, in altre parole che sia felice per quanto possibile; dovrà solamente aspettare di incontrarlo in cielo, dove non ci sono strepiti e tempeste. Dunque andrò subito a farmi radere».

Attraversò la strada in direzione del negozio di Sweeney Todd, e, scendendo giù per una scaletta, si trovò faccia a faccia con lo sgraziato barbiere.
Il cane emise un lungo uggiolìo e fiutò l’aria.

«Hector», disse il suo padrone, «cosa c’è? Acuccia!».

«Ho molta paura dei cani», disse Sweeney Todd, «vi dispiacerebbe, signore, lasciarlo ad aspettare fuori dalla porta, se è lo stesso? Ho paura che quel mostro voglia mordermi!».

«Sapete che siete la prima persona a cui abbia mai ringhiato senza essere stato provocato?», replicò l’uomo. «Ma credo che non gli piacciano i vostri sguardi, e devo confessare che non ne sono molto sorpreso. Mi è capitato di incontrare dei tipi strani in vita mia, ma che possa essere impiccato se ho mai visto un brutto arnese come voi... ma, accidenti, avete sentito? Che diavolo di rumore era quello?»

«Ero solo io», disse Sweeney Todd, «ho fatto una risata».

«Risata! E la chiamate risata quella? Penso che l’abbiate presa da qualcuno che ne è morto. Se quello è il vostro modo di ridere, vi prego di non farlo più».

«Chiamate il cane! Chiamate il cane! Non voglio cani a scorrazzare nel retrobottega!».

«Qui, Hector, qui!», gridò il padrone, «vai fuori!».

Con molta riluttanza il cane lasciò il negozio e si accucciò vicino alla porta. Il barbiere, borbottando qualcosa sulle correnti d’aria, si affrettò a chiuderla e poi, voltandosi verso l’apprendista rintanato in un angolo, disse: «Tobias, ragazzo mio, vai in Leadenhall Street, e compra un sacchetto di biscotti dal signor Peterson; dì che sono per me. Ora, signore, suppongo che vogliate essere rasato: ed è un bene che siate venuto qui, perché non c’è barbiere in tutta la città di Londra che si sia mai immaginato di radere qualcuno a puntino come lo faccio io».

«Ascoltatemi bene, signor barbiere: se mi fate ancora quella risata, io mi alzo e me ne vado. Non mi piace, e questo è tutto».

«Molto bene», proseguì Sweeney Todd mentre mescolava la schiuma. «Chi siete? Da dove venite? E dove siete diretto?»

«Maledizione! Non potete evitare di cacciarmi quella dannata spazzola in bocca? E non ridete! E dal momento che vi interessa tanto fare domande, provate a rispondermi se potete».

«Sì, certo: di che si tratta, signore?»

«Conoscete il signor Oakley? So che vive a Londra e che è un fabbricante di occhiali».

«Sì, ad essere sincero lo conosco: John Oakley, il fabbricante di occhiali in Fore Street, e ha una figlia di nome Johanna, che i giovanotti chiamano “il fiore di Fore Street”».

«Ah! Povera creatura! Veramente? Ebbene, andate al diavolo! Di che cosa state ridendo ora? Cosa vi passa per la testa?»

«Non avete detto: “Ah, povera creatura”? Girate un po’la testa da questa parte; ecco, così. Siete stato per mare, signore?»

«Sì, e sono tornato proprio ora da un viaggio in India».

«Davvero? Ma dove può essere la mia coramella? Ce l’avevo un minuto fa; devo averla posata da qualche parte. Che cosa strana che non la trovi più! Senza quel pezzo di cuoio non posso affilare il rasoio. È molto strano; che fine avrà fatto? Oh, adesso ricordo, deve essere nel retro. State seduto, signore. Torno fra un attimo. Ah, tenete, potete distrarvi con il “Courier” se volete, ci vorrà un minuto, non preoccupatevi».

Sweeney Todd andò nel retrobottega e chiuse la porta.

Improvvisamente si sentì un cigolio sinistro, un attimo di clamore che lasciò posto al silenzio assoluto quando Sweeney Todd, riemerso dal retrobottega, si mise a guardare la sedia dove fino a un momento prima era seduto il suo cliente.

La sedia, ora, era completamente vuota e il cliente che l’occupava se ne era andato senza lasciare la benché minima traccia dietro di sé, fatta eccezione per il cappello, che Sweeney Todd afferrò e gettò dentro un armadio.

«Che succede?», trasalì Sweeney Todd, «mi è sembrato di aver sentito un rumore...».

La porta sì aprì lentamente ed entrò Tobias ansante, dicendo: «Scusate, signore, ho dimenticato i soldi, e ho fatto la strada tutta di corsa dal cimitero di St Paul».

Con due passi Todd lo raggiunse e afferrandolo per un braccio lo tirò nel più remoto angolo del negozio, e poi gli si parò di fronte guardandolo in viso con occhi torvi, con un’espressione così diabolica che il ragazzo rimase terribilmente spaventato.

«Parla!», gridò Todd, «Parla! E dì la verità, oppure la tua ultima ora è arrivata. Prima di entrare ti sei messo a sbirciare dalla porta?»

«Sbirciare, signore?»

«Sì, sbirciare; non ripetere le mie parole, ma rispondimi subito, sarà meglio per te».

«Non stavo sbirciando, signore, per niente».

Rassicurato, Sweeney Todd tirò un lungo sospiro, producendo un suono che senza dubbio voleva essere scherzoso.

«Bene, bene, puoi spiare quanto vuoi, non importa. Volevo solo saperlo, tutto qui; era solo uno scherzo, no? Uno scherzo proprio divertente, benché piuttosto strano, non è vero? Perché non ridi scemo? Vieni ora, non è successo niente. Dimmi cosa hai pensato quando sei entrato nel negozio e io sarò molto contento, sì, molto contento».

«Non capisco cosa volete dire, signore», replicò il ragazzo, allarmato per quel repentino cambiamento di umore. «Sono tornato indietro soltanto perché non avevo i soldi per pagare i biscotti da Peterson».

«Non intendevo niente», disse Todd, facendo improvvisamente dietrofront. «Ma non senti? Chi è che mi sta graffiando la porta?».

Tobias andò a controllare. Fuori dal negozio c’era ancora il cane del cliente sparito all’improvviso che latrava guardandosi malinconico attorno, come per cercare il suo padrone.

«Il cane del gentiluomo, signore», disse Tobias, «è il cane del gentiluomo che guardava l’orologio della vecchia St Dunstan, ed è venuto qui per farsi la barba. È buffo, non vi pare, che il cane non sia andato via con il suo padrone?»

«Se è buffo allora perché non ridi? Caccia via quel cane, Tobias; non avremo cani qui; odio il loro sguardo; caccialo via – caccialo via».

«Lo farò subito, signore, ma temo che la bestia non abbia nessuna intenzione di andarsene. Guardate, signore, guardate cosa sta facendo! Avete mai visto un cane così agitato, signore? Vuole tirare giù la porta dell’armadio».

«Fermalo! Fermalo! Il diavolo si è impossessato di questa bestia! Fermalo ho detto!».

Il cane sarebbe certo riuscito ad aprire l’armadio se Sweeney Todd non gli si fosse messo davanti per bloccarlo; ma presto il barbiere si accorse che andava incontro a un pericolo, perché il cane lo morse a una gamba provocandogli un dolore che lo costrinse a ritirarsi lasciando libero l’animale
di fare quello che voleva. Il cane, con qualche sforzo, riuscì finalmente a forzare l’anta dell’armadio e a prendere in bocca il cappello che Sweeney Todd ci aveva appena buttato dentro, correndo poi trionfante fuori dal negozio.

«C’è il diavolo in quella bestia», borbottò Todd, «meno male che se n’è andato! Tobias, hai detto di aver visto il padrone di quel demonio di un cane alla chiesa di St Dunstan?»

«Sì, signore, l’ho visto lì. Se vi ricordate mi avevate mandato a guardare l’ora, i giganti stavano battendo le sette meno un quarto in quel momento. Prima di tornare qui, ho sentito quel signore dire che Mark Ingestrie era morto e che Johanna doveva avere un filo di perle. Poi, se ben ricordate, signore, è entrato lui in persona e la cosa strana, sapete, è che non si è portato dietro il cane, perché... lo sapete signore?»

«Che cosa?», gridò Todd.

«Di solito la gente si porta dietro i propri cani, signore; e che io sia trasformato in un pasticcio di maiale di Lovett se non è vero!».

«Silenzio! Arriva qualcuno; è il vecchio Grant, del Temple. Come va, signor Grant? Mi fa piacere vedervi così in forma, signore. Rallegra vedere un gentiluomo della vostra età con un aspetto così fresco e sano. Sedetevi, signore; giratevi un po’da questa parte, se permettete. Rasatura, suppongo?»

«Sì, Todd, sì. Novità?»

«No, signore, niente di emozionante. Tutto è molto tranquillo, signore, eccetto il forte vento. Hanno detto che ha soffiato via il cappello al re ieri, signore, e lui ha preso in prestito quello di Lord North. Anche il commercio va a rilento, signore. Penso che con questa pioviggine la gente non abbia voglia di uscire per farsi ripulire e rivestire. Nella mia bottega non entra nessuno da un’ora e mezza».

«No, signore», disse Tobias, «avete dimenticato quel marinaio con il cane, signore».

«Ah! Certo», disse Todd, «se ne è andato, e l’ho visto ficcarsi in qualche vicolo dalle parti del mercato».

«Mi meraviglio di non averlo incontrato, signore», disse Tobias, «perché venivo proprio da quella direzione; e poi sarebbe stato proprio stupido a lasciarsi dietro il cane».

«Sì, molto», disse Todd. «Potete scusarmi un momento, signor Grant? Tobias, ragazzo mio, voglio solo che tu mi dia una mano un momento nel retro».

Tobias seguì Todd senza diffidenza nel retrobottega; ma quando vi entrarono e la porta venne richiusa, il barbiere balzò su di lui come una tigre arrabbiata e, afferrandolo per la gola, gli sbattè la testa contro le pareti di legno così tante volte che il signor Grant dovette pensare che ci fosse un carpentiere al lavoro; poi il barbiere prese il garzone per i capelli e lo fece roteare su se stesso, colpendolo con un calcio talmente forte da farlo finire disteso in un angolo della stanza.

Dopo di che, senza dire una parola, il barbiere tornò dal suo cliente e sprangò la porta del retro, lasciando Tobias a digerire con comodo e nel modo migliore che poteva il trattamento che aveva ricevuto.

Quando tornò dal signor Grant, si scusò per averlo fatto aspettare dicendo: «Era necessario, signore, insegnare al mio nuovo apprendista un po’del suo lavoro. Ora l’ho lasciato là a studiare. La cosa migliore, con i giovani, è spiegargli le cose una volta per tutte».

«Ah!», disse il signor Grant con un sospiro, «So bene cosa vuol dire trascurare l’educazione dei ragazzi. Anche se non ho figli miei ho dovuto badare al figlio di mia sorella, un tipo di bell’aspetto, ma selvaggio e irresponsabile, che mi somiglia come una goccia d’acqua. Ho tentato di far di lui un avvocato ma non c’era verso di farlo studiare. Adesso sono più di due anni che quel ragazzo mi ha abbandonato, eppure c’era qualcosa di buono in Mark».

«Mark, signore! Avete detto Mark?»

«Sì, si chiamava così: Mark Ingestrie. Dio solo sa che cosa ne è stato di lui».

«Oh!», disse Sweeney Todd. Poi, pensieroso, il barbiere si rimise al lavoro, ricoprendo di schiuma il mento del signor Grant.

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