L'angelo sinistro, di Fabrizio Roych

La condanna all’uomo Céline anarchico, razzista, insolente e verbalmente violento, è ormai consolidata, unanime. I suoi libelli antisemiti parlano da soli, non hanno bisogno certo di interpretazioni.

Ma c’è un altro aspetto su cui troppo poco si indugia: il Céline scrittore. Passati ormai sessant’anni (certe volte invano, me ne rendo conto) dalla tragedia della Seconda Guerra Mondiale, ci si può chiedere se è il caso o meno di scindere le due entità: l'uomo e lo scrittore.

L’angelo sinistro di Fabrizio Roych, appena uscito per i tipi di Maremmi editore - Firenze Atheneum, è un libro breve, ma molto ben articolato, che si propone di ripercorrere con tappe anch’esse brevi, la a dir poco travagliata vita di questo scrittore.

Il punto nodale del libro è nella vera grande rivoluzione che Céline ha portato nel romanzo novecentesco: lo stile. La petit musique infarcita dell’argot parigino sono stati gli ingredienti per uno stile inconfondibile, potente e all’occorrenza volgare, che tenta di riprodurre il parlato. I questo senso Roych ha visto giusto nel definire questa operazione linguistica una sorta di «verismo […], intento linguistico della riproduzione emozionale del parlato, ovvero della scrittura ritmica, musicale […]». Uno stile che subirà il lavorio incessante di Céline, per tutto l’arco della sua opera.

Personalmente credo che abbia ragione Roych quando afferma che, come romanziere, Céline abbia dato tutto nei primi due libri: Viaggio a termine della notte e Morte a credito. I due libri rappresentano una sorta di autobiografia: il primo racconta di Bardamu, naturalmente alter ego dello scrittore, della partecipazione alla Prima Guerra Mondiale, il ferimento, le medaglie e il conseguente vagabondare in Africa e America. Mentre Morte a credito narra dell’infanzia a dell’adolescenza di Ferdinand. Entrambi incastrati in una classica struttura ottocentesca, che mantiene la sua straripante invenzione linguistica.

I romanzi successivi sono più criptici, ellittici e, insomma, meno leggibili e godibili. Guignol’s band, per esempio, qui lo stile diventa più difficile, predominante sulla struttura e sulla trama, uno stile che richiede un’attenzione quasi maniacale, non lascia tregua. Per tacere poi quel connubio, non sempre riuscito, tra cronaca e romanzesco, tra riflessione e narrazione, che caratterizza la parte centrale dell’intera opera celiniana.

Solo con la Trilogia del nord, e soprattutto con Da un castello all’altro, si ritorna alla leggibilità. Qui Céline abbandona gli alter ego e si presenta in prima persona, e racconta le vicende che seguono la fine della guerra. Il soggiorno a Sigmaringen, in Germania, dove Céline si rifugia insieme ad altri collaborazionisti. Ma la Trilogia continua a sfruttare il materiale autobiografico, ed ecco Céline in fuga verso la Danimarca dove aveva lasciato gli introiti intascati con le vendite dei libri precedenti. Lo attenderanno però brutte sorprese e esperienze molto amare.

In fondo, anche se in epoche e in modi diversi, altri colossi della letteratura mondiale sono stati antisemiti: Shakespeare, Marlowe o Dostoevskji lo erano, per esempio. A Céline comprensibilmente non è mai stato perdonato di aver creduto alle teorie razziste. «Ma se la scure della condanna e del disprezzo è calata, con efficacia e con pubblicità, resta da conoscere uno scrittore. L’uomo, il dottor Destouches ha pagato, e la memoria ne farà rimbalzare le spoglie ancora per molti anni, lo scrittore invece paga colpe non sue».

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