Italia 2: intervista agli autori

«Il mondo è una mia rappresentazione», scriveva Arthur Schopenhauer abbattendo la distinzione tra realtà e percezione, ovvero - diremmo col successivo Karl Popper - tra mondo 1 (quello fisico) e mondo 2 (quello degli stati mentali).

A riaffermare però la differenza tra Italia "reale" e Italia "inventata" giungono ora Fabio Viola e Cristiano De Majo, autori di Italia 2, appena uscito per Minimum Fax. BooksBlog li ha intervistati.

Il sottotitolo di Italia 2 è Viaggio nell'Italia che abbiamo inventato. Chi è stato?
Viola: A fare che?

A inventarla.
De Majo: Il sottotitolo contiene un certo margine di ambiguità voluta. Il primo immediato significato è l'italia che abbiamo inventato noi italiani, ovvero il prodotto dell'immaginazione nazionale, la proiezione fisica del nostro immaginario. Ma si tratta anche dell'Italia che abbiamo deciso di inventare noi autori.

Sono molto differenti le due Italie?
V: In effetti, stando a ciò che viene espresso nel libro, la differenza non c'è, o è molto sottile, o si sta assottigliando vieppiù.

Vieppiù?
V: Vieppiù. Insomma, dipende dal proprio grado di pessimismo.

Nell'Italia 2, quella inventata, c'è di tutto: dal teatro Ariston di Sanremo a Cogne, a San Giovanni Rotondo etc. Come avete scelto le vostre tappe?
DM: La costruzione del percorso è stata arbitraria. La scelta dei luoghi è stata tutta nostra.

Ma Cogne è reale. Perché dovrebbe parte dell'Italia inventata?
DM: Io e Fabio abbiamo litigato furiosamente a Cogne, nella nostra stanza rivestita di legno, per stabilire se Cogne si fosse smaterializzata oppure no.
V: Il punto è che Cogne è diventata una narrazione. È interessante quanto lo può essere il set di un film di successo, o una sceneggiatura.

E San Giovanni Rotondo? E l'Ariston di Sanremo? Non sono luoghi praticamente opposti?
V: Sono entrambi luoghi emblematici del passato, del presente e in una certa misura del futuro dell'Italia.

In che senso?
V: Se il Teatro Ariston e Sanremo sono una grottesca messinscena funzionale alla perpetuazione di un immaginario spettacolare (e non solo) italiano, il santuario di San Pio ne è la trasposizione religiosa.

Questo però è massimalismo.
V: Naturalmente.

A chi vi siete ispiratiper scrivere questo libro?
DM: Siamo in due e chiaramente ognuno ha i suoi modelli. Ma senz'altro un modello dichiarato e condiviso sono stati i reportage di David Foster Wallace. Poi, personalmente, ho imparato moltissimo leggendo William Vollman, W. G. Sebald, ma anche il "Viaggio in Italia" di Guido Piovene e i reportage di Goffredo Parise, quelli, per fare un esempio, di "Guerre politiche". La speranza è avere assorbito le lezione di questi giganti al punto da essere riusciti a elaborare un modello nostro. Nostro completamente.

Nel vostro cuore c'è un ricordo particolare di questo viaggio nell'Italia 2 che volete condividere coi lettori di BooksBlog, in un momento di grande tenerezza giornalistico-letteraria?
DM: Sì. Il ricordo di me e Fabio inzuppati di pioggia, nel retro di un camioncino, in mutande, che cerchiamo di infilarci le mimetiche per la gara di softair.

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