Razza bastarda di Cristina Masciola

Esistono dei libri che ti entrano dentro come puro ritmo, parole che mandi giù mentre ti nutri disperatamente della loro forza.

Mi è successo con "Razza bastarda" di Cristina Masciola (Fanucci ed.) che ho letto colpita dalla dedica: "A mia madre/ di razza bastarda/ che accarezza con le parole/ schiaffeggia con gli occhi/ ama con le sue lunghe mani/ e parla con i suoi silenzi".

Le donne sono brave ad essere così. A concentrare odio in frasi potenti. A raccogliere evidenze di amore negato attraverso cumuli di dettagli che all'improvviso ti scaricano addosso con tutta la forza dei loro polmoni.

E Annamaria, la protagonista del romanzo, che quando parla non prende fiato, è proprio così. Racconta l'odio per una madre di cui "non ha mai sentito battere il cuore", e l'amore per il padre, che

"è quello che ti cambia la vita...lui non t'ha portato in pancia, non s'è dissanguato per te...lui ti ama perchè decide di amarti. Ci pensa e ci ripensa, ti tiene tutta in una mano, che ancora non parli, non vedi, non senti, e lui ti guarda e ti chiede, che sei tu, perchè devo amarti, e allora decide. E ogni giorno, pure quando tu non entri più in quella mano, pure quando è vecchio e tu sei grande da potertene prendere cura, lui decide di amarti. Oppure no".

E poi c'è la Elena, che vuole fare la rivoluzione e ha "il fuoco nella testa! (siamo negli anni '70), e naturalmente Leo, che ama Annamaria come una "cosa morbida", il suo "riposo del guerriero" dopo una giornata a distribuire volantini. E alla fine di tutto ci sarà lei, Anna Maria, che imparerà a non sentirsi più invisibile.

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