I fratelli Ashkenazi, di Israel J. Singer

Ho già avuto occasione qui di accennare a La famiglia Moskat (TEA) di Isaac B. Singer, in cui si narra la decadenza di una famiglia ebraica, naturalmente metafora di tutta la società ebraica che vive dagli inizi del Novecento fino all’Olocausto. È il libro con cui Singer nel 1950 si impone come autore di una certa levatura.

Ma un quindicennio prima, per l’esattezza nel 1936, usciva I fratelli Ashkenazi (Longanesi), quello che viene considerato il capolavoro di suo fratello maggiore Israel J. Singer, nei confronti del quale Isaac confessò: «Sto ancora imparando da lui e dalla sua opera».

Siamo a Lodz, in Polonia, una città in piena espansione economica e l’industria tessile ne è il motore principale. Certo, nei villaggi vicini c’è ancora chi fa la fame, ci sono i contadini, per esempio, ex servi della nobiltà polacca, che non se la passano troppo bene. Ma a Lodz gli affari vanno bene, non c’è di che lamentarsi.

Gli ebrei non sono visti di buon occhio, si sa, ma si sono inseriti bene, hanno fatto grossi investimenti e ottenuto buoni guadagni, hanno rispettato le scadenze e anche loro hanno unto gli ingranaggi giusti. Molti di loro sono straricchi. Insomma, contribuiscono pienamente all’espansione economica di Lodz.

Ma non dimenticano di essere ebrei (né gli altri dimenticano che essi sono ebrei). Ci sono gli integralisti, sempre più chiusi testardamente nei loro riti e costumi, senza mai guardarsi intorno se non con gli occhi della fede; poi però ci sono coloro che si stanno occidentalizzando a tal punto da abbandonare così le proprie radici ebraiche.

In questo contesto i fratelli Ashkenazi nascono e vivono, ma con caratteri e ovviamente storie personali del tutto diverse: Jacob Bunim è alto grosso generoso e gioioso, quanto suo fratello Simcha Meyer è basso, malaticcio e ambizioso fino al midollo. In effetti, è lui il vero protagonista del romanzo, il più complesso, Simcha Meyer.

Insomma, come dice Claudio Magris nella prefazione a cui rinvio, ovviamente, per aver meglio chiara la questione, siamo di fronte a un affresco, anche storico, della borghesia ebraica sul solco già tracciato dai Buddenbrook di Thomas Mann. Intorno a questi due fratelli ruotano un’infinità di personaggi e Israel J. Singer è un vero maestro nel tenere insieme la trama immensa nelle sue 761 pagine.

È attorno a questi due fratelli che ruota il vero dramma - a mio avviso molto attuale e applicabile ai nuovi emigranti -, di tutta la borghesia ebraica dell’epoca: quali valori abbracciare? Dedicarsi interamente a fare soldi e dimenticarsi delle proprie radici e costumi religiosi? Viceversa, si può restare legati indissolubilmente alla tradizione senza preoccuparsi di tutto il resto? C’è una via di mezzo oppure si è condannati a scegliere in ogni caso una delle due?

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