Nuovi Argomenti: tributo ad Alberto Moravia

Nell'ultimo numero, la rivista Nuovi Argomenti ha dedicato ad Alberto Moravia un intero numero, inserendovi contributi di critici letterati e scrittori, ognuno dei quali ha avuto il compito di analizzare un tratto della sua vita o della sua opera.

Fra i tanti interessanti articoli, ce n'è uno che mi ha incuriosito in particolare, poichè parla anche di un aspetto meno conosciuto di Moravia, e che io invece avevo avuto già occasione di affrontare nella mia tesi di laurea: i reportage giornalistico-letterari dall'estero.

Moravia infatti affrontò diversi viaggi con le donne della sua vita e gli amici di sempre, vale a dire Elsa Morante prima, Dacia Maraini poi, senza dimenticare l'amico Pier Paolo Pasolini.

Di questo suo desiderio di movimento l'autrice dell'articolo, Maria Laura Gargiulo, ha dato un'interpretazione complessa e interessante: Moravia, abituato agli stretti confini di noia e solitudine impostigli fin da ragazzo dalla malattia, avrebbe concepito il viaggio come antidoto alla sua "infermità e alle paure legate ad essa" (il dolore provato nella lunga infermità dello scrittore può essere alle radici, scrive Gargiulo, della "asciuttezza della parola" riscontrabile nei suoi romanzi: "il dolore non lascia spazio ad alcun orpello").

Infatti, scrive l'autrice, "Il viaggio è sinonimo di sconfinatezza, o perlomeno aiuta a stabilire un rapporto meno asfissiante con i propri confini" (proprio per questo motivo, ipotizza lei, Moravia amava così tanto anche il cinema (in greco ha la radice di "movimento" e la danza).

Nel viaggio, infatti, l'individuo è "sciolto": evade i propri limiti, attraversa quelli altrui, cercando fortemente il contatto con popoli altri. Il viaggio diventa allora per lui baluardo di libertà estrema. Come ultimo baluardo della nostra libertà di uomini moderni è proprio lei, la solitudine.

Una condizione a cui Moravia aveva una sofferta abitudine.

Per lui, però, dice l'autrice, proprio la solitudine stessa si era trasformata secondo l'autrice in un'arma nei confronti dell'isolamento in cui l'individuo è ridotto nella nostra società. Si tratta, scrive Gargiulo, di una contraddizione solo apparente.

Infatti, la voluta solitudine dello scrittore si rivela in lui un "efficace antidoto all'ottundimento ipocrita dell'isolamento istituzionalizzato...a partire dalla famiglia...microcosmo isolato dalla cultura e spesso in opposizione ad essa".

L'uomo solo, conscio dei propri confini e di quelli del prossimo, realizza nel rispetto della propria solitudine e di quella altrui, oltre che nell'attraversamento di queste due solitudini, la sua vera libertà.

Moravia, ragazzi, riesce ancora a parlarci. E, direbbe Calvino, rimarrà ancora a lungo un vero "classico".

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