Come Dio comanda, di Niccolò Ammaniti

Dopo il successo di Io non ho paura, Niccolò Ammaniti ha impiegato cinque anni per la sua ultima creatura: Come Dio comanda, e chi si aspettava di poterlo paragonarlo al primo, è rimasto letteralmente spiazzato.

Sin dalle prime pagine il lettore viene risucchiato nell'anonima provincia, forse del Nord-Est, in cui viene ambientato il romanzo. Una provincia violenta, umida e nebbiosa. Una provincia traslucida, con le luci dei lampioni che riflettono sulle strade bagnate e sgombre, con i suoi centri commerciali sempre aperti e che sono anche una specie di punto di ritrovo. E qui Rino e Cristiano Zena, padre e figlio, se la passano davvero male. Rino Zena, il padre, è un personaggio complesso, combattutto e violento, ma ama il figlio più di ogni altra cosa al mondo. A suo modo, cerca di prendersi cura di lui, considerando anche il fatto che ha alle costole un assistente sociale che potrebbe portargli via il figlio in qualsiasi momento, se solo lo volesse. Ma nella situazione in cui si trova Rino, è davvero difficile tirare avanti. Il dramma più grande è ovviamente di Cristiano, il figlio, che non vuole, e forse non può, deludere il padre in alcun modo nelle sue aspettative.

Rino cerca di sbarcare il lunario facendo un pò di tutto, lavorando soprattutto nel campo edile, ma il mondo del lavoro, anche quello più umile, gli sbatte le porte in faccia. Un giorno, nella disperazione, insieme a suoi unici amici, e fuori di testa, Corrado Rumitz, detto Quattro formaggi, e Danilo Aprea - forse meno riucsiti dei personaggi principali - programmano una rapina al bancomat del paese.
E qui si scatena l'inferno.

Insomma, una storia che si sviluppa in una sorta di crescendo, un libro complesso nelle sue sfaccettature. Un libro coraggioso, che racconta l'Italia contemporanea così com'è.

Qualcuno addirittura ha interpretato la scelta di ritornare alle forme e ai meccanismi già attutati per Ti prendo e ti porto via, o in Fango, come una sorta di regressione. A mio avviso, è tutt'altra cosa. Certo, in alcuni punti si indebolisce il linguaggio di personaggi che, almeno in teoria, dovrebbero essere inzuppati di violenza fino alle ossa, e che invece vengono traditi proprio dal linguaggio. Ma, nel complesso, anche per le capacità di Ammaniti di lavorare come creta la materia narrativa, il risultato è di tutt'altra levatura. E mi pare anche giusta l'attribuzione del Premio Strega 2007.

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