I poeti e la persecuzione delle parole secondo Tiziano Scarpa

Segnalo una interessante monografia, interamente disponibile on line, riguardante l'argomento "poesia e rappresentazione scenica", tema quanto mai caldo visti i tanti attori-prosatori-studiosi che con successo stanno portando i versi nelle piazze.

In realtà però il mensile on line di Lieto Colle, Ulisse, si interroga anche sulle qualità dei testi di tutti quegli autori che scrissero poesia PER il teatro, e su cosa ci si aspetti da un poeta che reciti le sue poesie in pubblico. Un parere che mi è piaciuto molto è quello di Tiziano Scarpa, ad esempio, che in "Il poeta e il coro del silenzio", scrive:

"La poesia è assoluta e inospitale. Non c'è posto per la voce, né per il poeta, che viene sfrattato dalla sua stessa poesia. Il lettore di poesia, con l'atto stesso della sua lettura, è come se dicesse: "Tu, poeta, non c'entri. No, non c'entri nemmeno con le tue poesie. Sta' zitto: faccio da solo. Leggo da solo. Va' via. Lasciami solo con la poesia. Non mi importa se l'hai scritta tu. Me la leggo da me." ...Ma se le cose stanno così, che cosa si mette in scena, allora, quando si legge poesia in pubblico?...il poeta mette in scena l'essere perseguitato dalle sue stesse parole...Un essere umano attraversato da parole che lo perseguitano: questo, secondo me, è il poeta in scena"

ps: Il disegno "tiziano scarpa goes pop-art" è ripreso da Flickr con licenza Creative Commons ed è stato effettuato da moto browniano, ed è visibile anche qui: https://www.flickr.com/photos/moto/86996875/. Mi scuso con l'autore di non averlo citato prima.

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