Confine di Stato: la storia dei cattivi nel noir italiano

Quello che avete appena visto è il booktrailer della Marsilio che introduce il libro di Simone Sarasso, "Confine di Stato". Novità che è un pugno allo stomaco alla letteratura italiana: una storia senza pietà degli anni più difficili dell'Italia ed una scrittura nuova e convincente per un esordio che farà a lungo parlare.

Per Booksblog abbiamo l'onore di ospitare l'autore stesso, il bravissimo Simone Sarasso, che si racconta e ci racconta il suo noir partendo proprio dalla riflessione/domanda sulle sorti del noir in Italia. A voi questa delizia.

Sarasso reloaded: due parole sul noir in Italia e su come ci sono finito dentro

Di solito le interviste funzionano più o meno tutte allo stesso modo. Domande che arrivano via mail, risposte (un po’ ripetitive, perché ripetitive - giocoforza - sono le domande). E finisce che uno si spreme per tentare di dire quello che non ha detto nell’intervista precedente.
Mica sempre ci si riesce.
Ogni tanto, insomma, si avrebbe voglia del marzulliano, abusatissimo, “Si faccia una domanda e si dia la risposta”.
Però mica è un atteggiamento professionale. Se non porti occhialoni e capelli lunghi, se non vai in onda dopo mezzanotte, finisce che se fai così, ti danno del pubblicista sfaticato.
Non avevo trovato vie di mezzo. Sino ad ora.
Sino a quando non mi ha scritto Manila (la padrona di casa di Booksblog.it, ça va sans dire).
Manila non ha inviato domande, non ha parlato di scadenze (che l’adagio, di solito, è: “Mi servirebbe per ieri, stiamo proprio chiudendo il numero…”). E nemmeno ha marzullato.
Mi ha semplicemente chiesto come ci sono finito a fare il mestiere che faccio. Perché scrivo quel che scrivo. E se c’entrano qualcosa quelli che sono venuti prima di me.

La storia comincia qualche anno fa, precisamente nell’inverno 2000, quando il sottoscritto pesava trenta chili meno e viveva a Madrid. La scusa era quella di studiare. In realtà in quei luoghi ameni ho fatto un sacco di cose (dal lavorare allo sbronzarmi, al leggere, per esempio). Ma onestamente non credo che lo studio sia tra quelle degne di nota.
Da buon Erasmus avevo un sacco di tempo libero, e nei buchi liberi tra feste e dormite sviluppai l’insana passione per un certo tipo di letteratura. Capitò per caso di trovare nella ispanica capitale un libro di Pinketts (mi pare fosse Il conto dell’ultima cena) in italiano.
Lo bevvi d’un fiato e per la prima volta provai una sensazione di nuovo.
Lettore lo sono da anni, ma quel libro segnò una svolta. Vuoi perché uscì in un periodo editorialmente favorevole, vuoi perché m’insegnò che col nero si può sperimentare.
Ho amato molto Pinketts e lo leggo ancora, ma come succede tra vecchi compari, dopo un po’ ci si conosce così bene che le sorprese sono rare.
Lungo la strada mostratami da Andrea, però, ho trovato un sacco di compagni di viaggio, che il mestiere me l’hanno insegnato davvero.
Passando da casa Lucarelli ho scoperto Luther Blisset e lo strepitoso Q. Grazie a quei cinque (allora quattro) ragazzi ho letto Ellroy (non li ringrazierò mai abbastanza).
Da Ellroy in poi ho sviluppato un gusto per un certo tipo di nero. Il palato s’è fatto esigente ma ha ben presto trovato ciò faceva al caso suo: Giuseppe Genna.
Con la sua quadrilogia di Lopez (solo Catrame l’ho letto “postumo” – ora Giuseppe si metterà a mulinar scongiuri – gli altri li ho vissuti in diretta) ho visto il poliziesco mutare in qualcosa d’altro, in qualcosa di più. Ho avuto, per la prima volta, voglia di fare la mia parte.
Invidia della penna, credo si chiami così.
Se ci fate caso, dopo Genna il genere è esploso. Persino Evangelisti, il Magister, è uscito con una gangster story (Noi saremo tutto: magistrale, il suo libro migliore) e poi è arrivato Romanzo criminale.
A De Cataldo l’ho detto, e lui ci ha riso sopra.
Però è vero: è colpa sua se faccio lo scrittore.
Quando conobbi attraverso le sue pagine il personaggio del Vecchio me ne innamorai.

Di Misteri Italiani, date le letture che ormai popolavano la libreria, a quel punto della mia vita mi interessavo da anni. E lo spessore di quell’eminenza grigia dietro ogni cosa, il livore di quel personaggio ormai decrepito, burattinaio infelice di un Paese sull’orlo del cambiamento, mi folgorò.
La sua storia andava raccontata.
Per due motivi: il personaggio era troppo bello per sparire così in fretta. E poi un vero e proprio romanzo sui Misteri italiani mancava.

Da anni mi chiedo perché CONFINE DI STATO non l’abbia scritto qualcuno più autorevole del sottoscritto.
Da anni Carlo Lucarelli, e gli stessi Wu Ming girano intorno agli argomenti che tratto nel mio romanzo d’esordio. I Ming in 54 parlano dello scandalo Montesi. Le inchieste di Carlo su Piazza Fontana o su Mattei sono pietre miliari della storia del giornalismo, che ve lo dico a fare?
Eppure…
Eppure nessuno aveva mai raccontato la storia dei cattivi. Di quelli che le bombe le hanno messe. Degli assassini di innocenti, dei cospiratori, dei piduisti, dei democristiani collusi con la mafia.
E qui mi fermo, ma l’elenco potrebbe continuare.
Nessuno, davvero, ne aveva parlato in un romanzo.
Era il momento giusto per vedere se potevo dire la mia. Era la grande occasione, l’intuizione felice.

Occorre dire per dovere di cronaca che senza l’incoraggiamento costante e lo sprone sincero del mio primo editore, Fernando Quatraro, non ce l’avrei fatta.
Ma grazie a lui e una buona dose di testardaggine, CONFINE DI STATO ha visto la luce nel marzo del 2006.
Ciò che è successo dopo è frutto di un gran colpo di culo e racconta la storia di un sogno.
Valerio Evangelisti si ritrova in mano il mio libello, lo legge, e decide di scrivere su Carmilla un pezzo entusiastico. Quattro giorni dopo, CONFINE DI STATO viene eletto Libro del Giorno dall’ANSA.
Dieci giorni dopo Giuseppe Genna, mio mito letterario al quale non avevo mai avuto l’ardire di rivolgere la parola, mi chiama sul cellulare per farmi i complimenti.
Due mesi dopo Jacopo De Michelis, responsabile della narrativa in Marsilio ma soprattutto nume tutelare del noir italico (inventore, tra le mille cose, della storica collana MARSILIO BLACK), mi chiama e mi offre un contratto da professionista.
Ed eccomi qua, a scrivere il secondo romanzo pensando già al terzo volume, quello che chiuderà la trilogia sugli italici misteri.

Quindi, com’era la domanda? Ah, sì: “Come sta il noir in Italia e come ci sei arrivato fin qui?”
Il noir sta benissimo. Il suo stato di forma migliora ogni giorno (specie se in libreria escono libri come Nelle mani giuste e Il giovane sbirro). E se mi trovo dove sto lo devo a quei signori che mantengono così alta la qualità dell’aria da queste parti.
Senza le loro parole, non esisterebbero le mie.

Simone Sarasso
(Confine di Stato blog)

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