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Ultraincasinafiera
di Eliselle



Cavallette. Ghiotte di carta. Tutte intorno al loro nutrimento. Montagne di libri.

Giuro, ho i piedi doloranti, la testa che mi scoppia, le spalle indolenzite. Ma, in qualche modo, sono contenta. Sarà che vedere copertine colorate e cellulosa stampata mi mette di buon umore. Sarà che mi piacerebbe vedere un giorno il mio nome su una di quelle copertine, i miei scritti stampati su un po’ di quella cellulosa. Un bel sogno, non c’è che dire. Sarà che intanto mi accontento di leggerli, quei libri. Ed è un bell’accontentarsi. Sarà che li vorrei tutti in camera mia, sul letto, in cucina, tra olio e condimenti vari, nel mio studio, a fare compagnia agli altri, sul pavimento, sulle mensole, nel bagno, tra carta igienica e cottonfioc, ovunque, anche in salotto, al posto di quegli inutili soprammobili orrendi che i parenti mi regalano ogni Natale.

Sarà che li divoro, me ne nutro, e nonostante questo non ne ho mai abbastanza.

Ma oggi avrei voluto avere un po’ di DDT con me, una scarpa gigante per fare un po’ di splattering. Troppe cavallette a dividere il cibo.

Parto alle nove e venti del mattino, arrivo tre ore e mezzo dopo a destinazione: quasi niente fila, faccio il biglietto, entro, il Lingotto è come me lo ricordavo, i tre stand sono sempre lì ad aspettarmi, come lo scorso anno. Inizio a girare, come al solito mi dico “fai la brava, adesso segui le file per bene, metodicamente, senza tralasciare nulla” e così prendo la cartina per mantenere fede ai miei buoni propositi. A B C con precisione, verso D E F inizio a dare segni di cedimento, arrivata alla G già non ci capisco più nulla e alla H sono già fottuta. Prendo a scalpitare, a perdere la bussola, a seguire sinuosa come un serpente il mio istinto, a dimenticare la disciplina, ad andare di qua e di là senza alcun calcolo razionale. Vedo editori una decina di volte, sempre gli stessi, altri non li vedrò nemmeno in sette ore di cammino, per forza, ad andare a casaccio ci si rimette. Almeno così dicono. Lascio in giro curriculum, compro libri, faccio spesa, tanto in una settimana due o tre me li leggo, faccio scorta, ci sono gli sconti, ne approfitto. Poi che dire, sono bastardi, sono subdoli, loro lo sanno che sono una malata, che perdo il controllo, che mi trasformo come Dr. Jeckyll in Mr. Hyde, divento una sorta di furia cieca e non posso fare a meno di svaligiare le bancarelle così piene di frutti proibiti e delizie da gustare in santa pace. A casa. In treno. A letto. Tranquilla. Proprio sottili. E’ il loro lavoro. Fanno bene.

Ma per accaparrarsi quelle delizie e quei frutti, bisogna lottare. Non c’è premio senza dolore, non c’è vittoria senza fatica. Ci sono momenti in cui non credo di farcela, irrequieta, pesto i piedi, attendo impaziente il mio turno, addocchio la preda, mi infilo come un’anguilla tra una cavalletta affamata e l’altra, allungo le mani, agguanto da sopra i tavoli e sfilo i libri con grazia, mi sento tanto la figlia di Arsenio Lupin, ma più onesta e più sfigata perché passa sempre dalla cassa a pagare.

Quanto avrei voluto avere il pass da giornalista, così me li davano gratis.

Quanto avrei voluto avere un bottiglione di DDT, oggi, o uno scarpone gigante.

Quanto avrei voluto, egoisticamente, vedere il Lingotto vuoto, tutto per me.

Poter zompettare in lungo e in largo, senza fare file, senza attendere, senza spinte.
E con un paio di pattini a rotelle sotto ai piedi, al posto dei sandali, per volare e fare prima e comprare ancora più libri, ancora più in fretta.

Bilancio. Sette ore di Fiera del Libro. Un paio di presentazioni, tra cui l’antologia Semi di fico d’India a cura di Nuova Dimensione. Un racconto letto in un momento di relax, quattro risate grazie alla fantasia e alla scrittura di GianMichele Lisai Senes. Un dito mignolo rattrappito. Un Moment contro il mal di testa. E un’incasinaFiera, ma che è un vero gioiello. E si spera che la gente non legga libri solo dal 5 al 9 maggio, ma tutto l’anno, poi. Tanto di guadagnato. Presumo per tutti.

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