Sotto il culo della rana, di Tibor Fischer

Tibor Fischer Il libro d’esordio di Tibor Fischer, e che lo ha fatto entrare nella cinquina del Booker Prize nel 1993, ha un titolo decisamente curioso: Sotto il culo della rana in fondo a una miniera di carbone (Mondadori 1997, da quest’anno anche nella Piccola Biblioteca Oscar Mondadori). È solo un modo di dire ungherese, ma funziona, eccome, per condensare una serie di qualità necessarie ai suoi personaggi: la iella, la sventura, la sfortuna più nere di essere capitati nel posto sbagliato nel periodo storico più sbagliato.

Siamo in Ungheria e gravitiamo intorno agli anni compresi tra il ’44 e il ’56, dodici anni in cui cinque ragazzi cercano di sopravvivere a un periodo storico dove in Ungheria, e non solo, succede di tutto: dall’occupazione nazista a quella sovietica, fino appunto ai fatti d’Ungheria del ’56.

Ora, il ’56 è un anno cruciale non solo per l’Ungheria, ma per buona parte dell’Europa. Italia inclusa. Sono gli anni dell’egemonia culturale del PCI, del neorealismo e dell’impegno. Ma proprio con i fatti d’Ungheria del ’56 e con il tramonto dello stalinismo, questo sistema entra in collisione con i nostri intellettuali, molti di loro abbandonano il partito e ci si avvia così verso il ’68.

Fin qui la tragedia, e di fatto lo era, senza dubbio, ma in questo libro la chiave di rappresentazione di quel drammatico periodo storico è tragicomica. E infatti Tibor Fischer narra di un gruppo di amici che fa parte di una squadra di pallacanestro, che va appresso alle ragazze peraltro con scarsi risultati, e che in definitiva cerca di fare il meno possibile. È la vita quotidiana che conta, tra i vari campi di basket e alcune paradossali situazioni in cui questi vanno a ficcarsi.

Ciò che gli riesce di fare è ricostruire quell’atmosfera, quella cappa, quel senso di immobilità e oppressione assurdamente tipici dei regimi totalitari. Felice dunque la scelta di ironizzare su una situazione difficile come quella, tanto per usare un eufemismo, e che a volte sfiora la parodia - alcuni episodi sono assolutamente esilaranti. Il rischio però è di non essere, certe volte, all’altezza della drammaticità dell’evento storico. Può succedere quindi che in alcuni casi si allenti il rapporto tra narrazione e Storia.

Tuttavia, il legame si fa più forte nei capitoli dedicati all’evento principale: l’insurrezione. Qui vengono fuori il trambusto, la violenza, i carri armati, il caos, l’opposizione e le speranze di una generazione ormai sfinita, che non ha più voglia di illusioni.
Ecco, in conclusione, queste sono pagine nitide, essenziali, prive di retorica.

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